Giovanni Gasparini- L’Arte divisa fra passione e finanza
Consulente Altiqua

I numeri decisamente positivi che emergono dalle aste di Maggio a New York suggeriscono un mercato dell’arte forte e de-correlato ai mercati tradizionali, quindi ideale per investimenti alternativi in questo frangente di incertezza ed elevata inflazione. Ci si deve chiedere quanto rappresentative siano queste aste rispetto al mercato in generale: il livello di prezzi elevatissimo le rende il territorio di caccia dei multimilionari che hanno visto la loro disponibilità di liquidi incrementare nel corso della pandemia.  Questo stato di salute sembra divaricarsi sempre di più dalla realtà delle gallerie che non trattano lavori milionari. Il mercato dell’arte si sta cristallizzando in due parti: da un lato investitori e speculatori serviti dalle poche grandi case d’asta sempre più simili ad intermediari finanziari ma non ancora regolamentati come tali, dall’altra quei (pochi?) oramai rimasti che si interessano agli aspetti storici, culturali ed estetici dell’arte, sostenendo un sistema di gallerie d’arte sotto pressione. E’ la domanda a determinare i cambiamenti strutturali del mercato. Il ventennio di spinte da parte della finanza per appropriarsi del mercato dell’arte e renderlo compatibile alle logiche di investimento speculativo è giunto al suo apice con l’esperimento degli NFT. Poiché le opere d’arte esistenti continuano ostinatamente a rimanere fisicamente non uniformi, nonostante i tentativi di artisti venduti al mercato come Damien Hirst e la sequela dei suoi dipinti ‘Spot’ e ‘Spin’, si è costituito un mercato paralleloderivato” in cui si scambiano contratti di possesso di ‘cose’ che all’occasione possono anche essere immagini. C’è voluto l’atto di prostituzione di un fondatore del mercato per sostenere la finzione che un NFT potesse aver a che fare con l’arte e quindi raggiungerne i prezzi intangibilmente assurdi raggiunti di recente. L’apporto essenziale delle case d’asta è stato offrire la loro vetrina pubblica e ‘prestigiosa’ vendendo la propria credibilità pluricentenaria per il famoso piatto di lenticchie, poco meno di 10 milioni di dollari in questo caso, per coprire una transazione di insider trading che sarebbe verosimilmente vietata in qualunque mercato regolamentato. In ogni caso stiamo perdendo tempo: il mercato NFT (anche di quello che alcuni si ostinano a porre sotto l’etichetta arte) è un mass market di scommesse su prodotti derivati in un mercato senza margin calls, in cui il venditore non può che vincere e il compratore sperare che ci sia qualcuno meno cosciente cui rivendere in fretta. E si sta già squagliando come neve al sole, poiché è funzionale al reimpiego di ‘monopoly money’ che a loro volta stanno inevitabilmente crollando, ovvero i crypto-oggetti piramidali nati per trovare sfogo ad una tecnologia di cui francamente non sappiamo che farcene: soluzione a problemi inesistenti. Ma non sono solo gli NFT a rappresentare il cancro della finanziarizzazione del mercato dell’arte. Nella parte alta del mercato l’utilizzo indiscriminato delle garanzie di parte terza manipolano i prezzi delle opere evitando che possano svalutarsi, mentre nel mercato ‘emergente’ le case d’asta rinforzano l’azione di speculatori che compiono operazioni “pump and dump” inammissibili in qualsiasi mercato minimamente regolamentato. Le garanzie riguardano il mercato delle ‘blue chip’, i titoli affermati in cui a contare è quasi esclusivamente il nome dell’artista e la volontà delle controparti di strutturare un derivato sotto forma di opzione. E i garanti solitamente hanno posizione come ‘market maker’ di alcuni artisti da loro garantiti, inflazionando artificialmente i prezzi senza che ciò risulti pubblicamente. La speculazione invece si focalizza su giovanissimi artiste/i che rispondono a determinati criteri di marketing ‘alla moda’ del momento spingendo artificialmente i loro prezzi con moltiplicatori anche di 100 volte nel giro di un anno; quale sia il lavoro in vendita è sostanzialmente irrilevante, complice anche un lunghissimo processo della critica postmoderna concettuale che ha ridicolizzato l’aspetto materiale ed estetico dell’opera d’arte. Si va verso la separazione e malvissuta convivenza fra due mercati, uno ancora definibile ‘dell’arte’ e dominato da gallerie e case d’asta medio-piccole, in cui valgono i criteri di valutazione del valore basati sull’opera, e l’altro dedicato a chi desidera un prodotto finanziario denominato ‘arte’, finalmente addomesticato ai criteri cari alla finanza.

 

Consulente nomade nel mondo dell’arte, a seguito di un decennio speso basato a Londra nel mondo delle case d’asta internazionali. Collabora da 12 anni con ArtEconomy24 del Sole 24 Ore e, dopo aver fondato e diretto per 7 anni il miglior corso di Master sul mercato dell’arte a livello internazionale, continua la sua missione educativa sporadica presso la SDA dell’Universita Bocconi, ove ha ottenuto la Laurea in Economia Politica. Più recentemente, ha conseguito un MA presso l’Universita di Manchester. Fra i suoi interessi oltre ovviamente all’arte, le auto d’epoca e la nautica, in particolare a vela, e l’aeronautica. E’ moderato collezionista di libri, arte, orologi e francobolli.

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