Claudia Tani-La nuova veste strategica della filantropia
Socia We wealth

La filantropia evoluta del XXI secolo funziona con strumenti sofisticati. Le iniziative private finalizzate al miglioramento della qualità di vita delle persone o al raggiungimento di obiettivi di interesse generale si muovono ormai sulla base di progetti dettagliati che includono soluzioni di gestione variegate e valutazioni numeriche dell’impatto. L’approccio è strategico-manageriale, ma al contempo d’impronta fortemente relazionale: non può non esserlo, quando si tratta di sostenere cultura, istruzione, progresso sociale, salute.

Nata in epoca ellenistica come “amore per l’uomo”, fiorita in età romana con Cicerone, come ideale di formazione ed educazione dello spirito finalizzato a far progredire l’umanità, la filantropia assume oggi un ruolo crescente nella costruzione di un sistema di welfare society.

Nel mondo oggi la filantropia muove complessivamente 1.500 miliardi di dollari, veicolati in prevalenza ancora attraverso le fondazioni, 260.000 in 36 paesi (Global Philanthropy Report, UBS). Il 60% di queste si trova negli Stati Uniti, il 37% in Europa. Quasi i tre quarti (72%) di quelle esistenti sono nate negli ultimi 25 anni.

Cosa determina una crescita così significativa del ruolo della filantropia e dunque del terzo settore? Quali sono le motivazioni, i nuovi attori e i nuovi strumenti?

Il cambio di passo trova la sua origine nella necessità degli UHNWI [gli ultra ricchi, coloro che hanno un patrimonio personale netto di almeno 30 milioni di dollari] di restituire alla comunità una parte della loro ricchezza e soprattutto nei nuovi valori che sottendono le scelte e le iniziative economiche, finanziarie e sociali dei millennial e della prossima GenZ, anche in ambito non profit: investimenti a impatto per un futuro migliore del mondo.

A ciò si aggiunge un maggiore potere economico delle donne, mediamente più propense degli uomini a promuovere il cambiamento sociale. Secondo il Centre on Wealth and Philanthropy del Boston College, l’altra metà del cielo erediterà il 70% dei 41 trilioni di dollari di trasferimenti intergenerazionale nei prossimi 40 anni. Come mai nella storia, il numero di donne nelle liste dei miliardari sta crescendo. Dato il loro controllo su una parte rilevante della ricchezza, cambia il volto della filantropia. Le donne si muovono in orizzonti di maggiore generosità e cercano spesso un coinvolgimento più profondo nelle cause che sostengono. E la filantropia strategica è appunto una tendenza consolidata e crescente fra le cosiddette High Net Worth Givers.

L’affermazione di questi valori e del credo “impact first”, impone nuove forme e modalità di sostegno e sviluppo al terzo settore. In passato, le organizzazioni non profit vivevano in una logica basata solo sul flusso di cassa. Il modello consisteva fondamentalmente nella raccolta di fondi destinati a una causa sociale (mezzi che finanziano l’operatività), senza porre l’attenzione su dinamiche asset based, ovvero sulla capacità di generare crescita in ottica imprenditoriale.

Per una crescita economicamente sostenibile nel tempo e per ritorni evidenti in termini d’impatto, occorrono strategie di business, capacità manageriali, formazione, comunicazione e relazione con gli stakeholder. Non ultime, pratiche di social finance, ovvero di reinvestimento degli utili in nuovi progetti. Ciò porta con sé la necessità di saper utilizzare gli strumenti finanziari. Tutto questo oggi è l’immenso capitale della filantropia, un asset dalla potenzialità trasformativa notevole.

Il trend si conferma anche in ambito culturale.

Arte e cultura sono il collante invisibile che tiene unita più o meno consapevolmente la società, che mantiene connesse le persone, dando voce al pensiero critico nei processi di cambiamento.

Nel 2018 negli Stati Uniti sono stati donati 428 miliardi di dollari, di cui si stima che 292 miliardi arrivino da privati (+21% dal 2008). Il comparto arte e cultura ne ha beneficiato per 19.5 miliardi (TEFAF ART REPORT 2020).

L’incremento del sostegno privato a favore dell’arte deriva anche dalla necessità di compensare i sempre crescenti tagli della spesa pubblica a favore di questo comparto, fino a supplire, in alcuni casi, alla totale assenza di risorse pubbliche.

Ma quali sono i modelli di filantropia oggi più utilizzati?

Esistono modelli cosiddetti più puri, dove la donazione non ha alcun ritorno economico, tipicamente il caso delle fondazioni o dei DAFDonor Advised Fund. Vi sono poi i modelli cosiddetti di “venture philanthropy”, ovvero con ritorni previsti in termini sociali ed eventualmente anche finanziari. Si tratta dei modelli detti di impact investing, oggi a tutti gli effetti considerati una nuova asset class. L’obiettivo è comune: incrementare la base monetaria disponibile per sostenere i futuri investimenti, rendendo le organizzazioni non profit capaci di generare utili e quindi autosufficienti.

Per quanto riguarda le fondazioni, tra i modelli più innovativi (anche in ambito culturale) vi è la fondazione di comunità. Nei primi anni del XX secolo, le fondazioni di comunità furono create per separare la gestione dei fondi nei trust dall’utilizzo degli utili prodotti da quella gestione patrimoniale. Le prime nacquero da fondi donati – endowments – da persone che dopo la loro morte intendevano restituire alla propria comunità parte del loro benessere (“give back”). Oggi questa tipologia può essere considerata un efficiente intermediario filantropico locale, con persone, risorse, donatori, asset e capitale sociale, tutti locali. È un attivatore di competenze pubbliche e private, si fonda su un’organizzazione snella e indipendente, con proprietà diffusa. L’obiettivo è lo sviluppo sostenibile del territorio e della sua comunità.

Un altro fenomeno in forte crescita in ambito filantropico è il crowdfunding. L’impatto della tecnologia è qui evidente. Anche il crowdfunding è fondato principalmente sull’impegno collettivo nel mettere a disposizione risorse, reti e idee. Usato fondamentalmente dalle associazioni senza scopo di lucro, vi ricorrono anche artisti indipendenti, start up e altre realtà. Utilizza molto la leva dei social e può contare su influencer e stakeholder che ne sposano la causa.

La varietà dunque degli strumenti disponibili e la facilità di accesso dovrebbero stimolare le iniziative filantropiche e indirizzare le donazioni, comprese quelle di persone dotate di importanti patrimoni personali o familiari. I tempi insomma sono maturi per un nuovo trend.

Si tratta di una funzione importante anche per un paese come l’Italia in cui la frammentazione del mondo non profit, una certa diffidenza per i grandi gesti filantropici e uno Stato che fa fatica a sostenere l’iniziativa privata, non hanno incoraggiato il passaggio da una ricchezza personale a una della comunità.

 

Socia di We Wealth, editore e marketplace dedicato al Wealth Management, gestisce all’interno la divisione Pleasure Asset, dedicata al collezionismo inteso come asset class. Ne fanno parte una redazione giornalistica, un team dedicato allo sviluppo di progetti editoriali e uno focalizzato sulla gestione della piattaforma digitale.

 Laureata in giurisprudenza e avvocato, vanta un’esperienza pluriennale in comunicazione istituzionale per grandi aziende industriali, start up e società quotate.

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