Marzo 2021

L’arte del cambiamento

Si è già scritto durante la scorsa “puntata” di come il mercato dell’arte abbia saputo reagire alle innumerevoli e imprevedibili incognite che la pandemia in atto ha causato.

Nel giro di pochi giorni un mercato digitalmente arretrato e fondato su solidi network relazionali ha dovuto riorganizzarsi radicalmente e inventarsi nuove modalità di dialogo, proposta e vendita tra operatori e mondo del collezionismo.

Il massiccio investimento in piattaforme on-line ha allargato il panorama dei potenziali collezionisti a tutta una fascia di nuovi compratori, più giovani e spesso “già nativi digitali”, molto interessati anche ad alcuni segmenti dei Passion Assets e a discapito di un collezionismo anagraficamente più maturo e abituato alle consolidate liturgie dell’acquisto in presenza.

Poiché sembra ancora lontano il ritorno alla normalità anche per il 2021, come già palesato dallo stravolgimento dell’usuale calendario fieristico, è plausibile attendersi allora un ulteriore sviluppo del canale digitale anche nel mercato delle aste, che determinerà almeno due conseguenze dirette: 1) diventerà del tutto marginale la location dove si svolgerà l’asta, 2) la esplosione delle aste online favorirà soprattutto quei beni che non necessitano di essere visionati prima dell’acquisto o quelli che si sono già rivelati particolarmente adatti alle piattaforme digitali, (arte contemporanea emergente, fotografia, orologi e molti altri Passion Assets).  

Digitale è la parola d’ordine.

E così il digitale non sta variando soltanto le modalità d’offerta dei beni da collezione, ma anche la tipologia di lotti offerti: sempre più collezionisti si interessano alla Digital Art e Crypto Art. Non è proprio una novità assoluta, ma il 2021 è partito con il “botto”, attirando la curiosità generale sul fenomeno.

Il record della opera “Everydays -The First 5000 Days”, di Beeple, venduta da Christie’s pochi giorni fa ha attirato la curiosità mediatica sul fenomeno. Del resto, con i suoi $69,3 Mln, Beeple è diventato il terzo artista vivente più caro al mondo. Non male per uno che fino a quattro mesi fa non aveva mai venduto un’opera a più di 100 dollari. E si è trattato della prima vendita all’incanto di un “Not Fungible Token” (ossia immagini o video o anche testi in formato digitale che possono essere scambiati, ma non riprodotti perché criptati su una blockchain) realizzata da una grande casa d’aste, evento che crea un potenziale precedente nel futuro sviluppo del mercato dell’arte digitale. Anche in Italia, nel nostro piccolo si stanno affermando esponenti della Crypto Art, come nel caso di DotPigeon, artista già presente in note collezioni e attivo nell’utilizzo di NFT.

È dunque l’alba di una nuova arte?

È difficile dirlo. Di certo l’esplosione del fenomeno ha trovato impreparati legislatori e molti tra i tradizionali operatori che gravitano sul mercato dell’arte (assicurazioni ad esempio) e un consolidamento di questa arte è lecito aspettarselo nel prossimo futuro.

Una tecnologia nata per assicurare la tracciabilità e la autenticità di una opera d’arte si è trasformata essa stessa in opera d’arte.

Rimango però ancora della idea che l’arte e l’artista debbano esprimere prima dei contenuti, da amplificare poi affidandosi al canale più idoneo per aumentarne la desiderabilità ( e dunque il valore) sul mercato.

Ho la sensazione che in questo caso siamo più concentrati sul canale che sul contenuto e siano molti, forse troppi gli artisti (o sedicenti tali) che affidino al glamour e alla esaltazione per la nuova tecnologia, il loro atteso (e presunto) successo sul mercato. Se dovesse succedere questo, sarà il mercato stesso a scremare i tanti pretendenti alla gloria e riequilibrare i valori in essere. Per ora godiamoci questa tempesta in atto. Ci sarà da divertirsi.

Angelica Maritan-Arte e blockchain iunge et impera.

Non c’è termine accostato alla parola “ARTE” più usato o ab-usato in questi ultimi due anni come quello di “BLOCKCHAIN”.

La spinta rivoluzionaria che la crypto-tecnologia ha infuso in moltissimi settori è arrivata a coinvolgere anche il campo arte.

Ma mentre in altri casi, come quello della finanza, ha avuto l’effetto di un forte temporale su un territorio avvezzo e preparato a questo tipo di cambiamenti, nel mondo dell’arte si è trattato di un vero e proprio tsunami che ha investito il settore, creando scompiglio e confusione.

Tale effetto è particolarmente evidente quando si affrontano conversazioni su prodotti artech. La prima domanda che viene proposta è:

Scusi, ma ha la blockchain?”

Sebbene la domanda per i tecnici del settore risulti comprensibile, e possa anche strappare un sorriso di tenerezza, è davvero senza senso e formalmente scorretta.

L’inesperienza e la difficoltà di comprendere una struttura tanto complessa e ancora in piena evoluzione, crea dunque tale sgomento che viene inserito il termine e l’utilizzo di questa tecnologia tendenzialmente a caso e ovunque, senza però capirne i meccanismi e senza trarne un reale beneficio.

Il settore arte è tutt’oggi uno dei meno avanzati nella digitalizzazione: i collezionisti fanno fatica ad avere sistemi di catalogazione digitale, le istituzioni italiane difficilmente hanno sistemi tecnologici per la gestione opere e magazzini, le assicurazioni lavorano ancora con metodi analogici su molti dei processi legati alle esposizioni temporanee e permanenti assicurate.

Con questo background è arrivata l’ondata blockchain, che più che una soluzione si è trasformata in una moda. Provando a fare un minimo di chiarezza, possiamo paragonare la blockchain ad una serie di casseforti di informazioni in fila una dietro l’altra, praticamente immodificabili nel tempo e nello spazio, che tutti possono utilizzare a pagamento e che nessuno possiede.

Con questa premessa è semplice capire che all’interno di ogni cassaforte ciascuno di noi può mettere ciò che vuole. Il valore delle informazioni immesse sta nella loro conservazione ed immutabilità e nella certezza dei tempi di immissione, come una marca temporale.

La realtà è che salvare un’informazione come l’autentica digitalizzata relativa ad un’opera d’arte, crea lo stesso identico effetto di chiudere il pezzo di carta in una cassaforte fisica. Qualche beneficio c’è, certezza del salvataggio delle informazioni e della loro immutabilità, ma fino a che non si crea un legame tra l’opera fisica e l’informazione immessa, come un’impronta digitale univoca, non sarà possibile essere certi che quelle informazioni sono legate a quell’opera e dunque non sarà espresso il vero potenziale della tecnologia legata all’arte.

La tecnologia va usata sensatamente, non utilizzata a tappeto, perché crea un inutile aumento dei costi e dei tempi di gestione, senza parlare della formazione che serve per saperla gestire.

La tecnologia che riesce a trovare un legame tra opera fisica e informazioni digitali, la cosiddetta “impronta digitale dell’opera d’arte”, è dunque il segreto per far funzionare la macchina, è il tassello mancante di quell’immenso puzzle che riesce a conferire un senso al tutto.

Questo tassello che l’arte fisica necessita e che trova ancora poche ma valide soluzioni nel mercato, l’arte digitale invece lo può creare con molta più immediatezza direttamente in blockchain.

La tecnologia NFT (Non Fungible Tokens), una delle più all’avanguardia nel settore, è in grado di coniare dei token non fungibili, e dunque non replicabili ed univoci, per qualsiasi file nativo digitale o digitalizzato, per renderlo immodificabile nel tempo. Gli NFT hanno dunque molto senso nel circuito blockchain legato al settore arte e vengono conservati e scambiati attraverso dei portafogli digitali detti wallet, alla stessa stregua delle monete digitali.

Concludendo si può dire che l’arte stia facendo esperienza di un percorso inverso, e più doloroso di altri settori nei confronti della tecnologia. Ma se riuscirà a colmare con l’informazione questa ferita sempre aperta che divide e la mette a confronto con la tecnologia, metterà le basi per un grandioso futuro, aprendo le braccia a tutto ciò che il mondo digitale sta generando e salvaguardando il passato con criterio e trasparenza.

Un’ultima previsione per il futuro per scommettere su NFT e blockchain: ci sono molteplici piattaforme che agiscono e interagiscono sul sistema blockchain, la maggior parte delle quali è incapace di comunicare con le altre, e subiscono questa medesima limitazione gli NFT e dunque l’arte ad essi legata. Quando queste tecnologie parleranno la stessa lingua e permetteranno di scambiare oggetti tra loro senza limitazioni, saremo certi avranno la capacità di sopravvivere nel tempo, ma per ora è solo un calcolo di probabilità.

 

Fondatrice e CEO di SpeakART. Ingegnere con una specializzazione in ingegneria petrolifera e un master in business coaching, da giovanissima parte per lavorare offshore come field engineer, poi torna in Italia per occuparsi di cantieri e gestione immobiliare fino a quando decide di unire la passione per l’arte a quella per l’informatica per farle diventare il suo lavoro. Realizza un algoritmo che lega indissolubilmente certificati e documenti all’opera d’arte, riuscendo anche a riconoscere i falsi, i danni e il decadimento naturale che l’opera potrebbe subire in un lasso di tempo. Partendo da questo algoritmo, Angelica riesce quindi a mettere a disposizione del settore un software completo che si occupa di impronta digitale dell’opera, catalogazione e condition reporting.

 

Una reazione ad Arte

Come il mercato dell’arte internazionale abbia reagito allo “tsunami” del Covid-19 e quali siano stati i cambiamenti più significativi e i presumibili effetti durevoli in futuro, sono stato oggetto di analisi della ricerca che ho presentato con gli amici di Deloitte la scorsa settimana. Qui per scaricare il report: https://www2.deloitte.com/content/dam/Deloitte/it/Documents/strategy/PrivateBrochure/Art&Finance_Report2021_Deloitte.pdf

Ammetto che il tema del mercato dell’arte mi appassiona ormai da numerosi anni ed è oggetto di mie periodiche pubblicazioni: lo studio dei “luxury goods” offre infatti sempre interessanti chiavi di lettura soprattutto in periodi economici recessivi.

Arrivo subito alle conclusioni. La crisi socio-economica da pandemia ha accentuato le difficoltà di un mercato che già nel 2019 si era contraddistinto per alcuni tangibili segnali di rallentamento: nel mercato delle aste si era palesata una ridotta disponibilità di opere “top quality” e una contestuale cautela dei collezionisti nelle fasi d’acquisto. Il combinato di questi due elementi aveva già determinato un rallentamento nei fatturati dell’arte figurativa (segmento che oggi pesa quasi i ¾ dell’intero mercato delle aste), ma anche del mercato degli altri passion assets (gioielli&orologi, fotografia, design, vini pregiati etc..). Un trend in controtendenza rispetto agli altri mercati regolamentati che avevano invece brillato nel 2019. Questa situazione, sommata alla estrema volatilità insita del mercato stesso, hanno determinano due conclusioni che amo rimarcare spesso: il mercato dell’arte non risente (ovvero non è correlato) all’andamento degli altri mercati e soprattutto…no, l’arte non è un bene rifugio, non avendo la caratteristica di mantenere il proprio rendimento pressoché costante nei momenti di grande trambusto (volatilità per essere più tecnici) dell’economia.

Lo scoppio della pandemia ha però messo in pausa la realtà nel settore dell’arte e della cultura: gallerie chiuse, fiere cancellate, aste posticipate, network relazionali tra collezionisti azzerati. Un mondo che basa il suo successo sulla presenza fisica e tradizionalmente non è mai stato troppo votato all’innovazione, si è scoperto di colpo fragile. E i numeri sono piuttosto impietosi, nel mercato delle aste, rispetto al 2019, il calo del fatturato complessivo (aste online + aste live comprese nel campione di ricerca) è stato del -34,1% per il settore della pittura e -22,5% a/a per il comparto degli altri Passion Assets. Ma ad azione corrisponde reazione. E il mercato ha saputo reagire.

La prima novità è stato il ricorso (obbligato) alle aste online, cresciute del +204,8% nell’anno e concentrate soprattutto nel secondo semestre. Le piattaforme virtuali, nonostante l’importanza che hanno rivestito e tuttora rivestono, si sono tuttavia rivelate solo parzialmente in grado di sostenere il mercato: la componente fisica nell’esperienza artistica, ivi inclusa la partecipazione a mostre, fiere e aste di settore, è spesso imprescindibile. 

La seconda novità è stato il ricorso a nuove strategie e nuovi strumenti per stimolare la domanda di beni da collezione: le case d’asta hanno stravolto il tradizionale calendario d’asta, alcune hanno riorganizzato interi dipartimenti, altre hanno accresciuto la eterogeneità dei beni proposti in asta.

Tra le novità più efficaci, è giusto citare l’asta ibrida”, che prevedendo la presenza di un banditore (collegato in remoto) è stata capace di ricreare il clima di una normale asta, con molti specialisti collegati da altre sedi internazionali della casa d’aste e i collezionisti connessi in streaming. E i numeri, soprattutto del secondo semestre, hanno fatto tirare un sospiro di sollievo agli operatori e hanno mostrato una grande capacità di resistenza da parte del mercato. Anche in situazioni di grande stress.

Non sono mancate neppure le trovate di marketing: oltre ad aver proposto svariati oggetti appartenenti a noti personaggi del mondo della musica o dello sport, una casa d’asta ha battuto un Tyrannosaurus Rex South Dakota, (asta di arte contemporanea di Christie’s di inizio ottobre), per 31,9 mln di $.

Già. Un dinosauro: poco in carne, ma molto in ossa.

Qualcuno ha visto nella operazione un tentativo di tornare ai fasti di un mercato che nel solo 2017, (4 anni che sembrano un secolo fa) applaudiva meravigliato o forse sbigottito per l’aggiudicazione record di un dipinto di Leonardo (Salvator Mundi). La giustificazione dell’allora direttore generale di Christie’s sulla ragione di inserire un dipinto antico in un’asta di contemporaneo fu che “come Leonardo influenzava gli artisti del tempo, oggi continua ad influenzare gli artisti contemporanei”. Mutatis mutandis, sarebbe interessante capire che ascendente abbia allora lo scheletro di un dinosauro sull’arte contemporanea e sul fenomeno recentissimo della crypto-art.

Ma questo lo scopriremo, (se vorrete), nella prossima puntata…

Barbara Tagliaferri-Dallo spazio reale a quello virtuale: è ora di mischiare le carte

Il trasferimento in rete per effetto della pandemia ha sicuramente costituito, almeno all’inizio, una forma di sopravvivenza per gli operatori del mercato dell’arte, ma ora la digitalizzazione si sta spingendo ulteriormente in avanti, soprattutto alla luce del fatto che il ritorno alla normalità sembra ancora lontano.

La metà degli intervistati della survey “Lo stato dell’arte ai tempi del Covid-19”, speciale inserito nel più ampio report annuale che Deloitte Private realizza, infatti dichiara che ci vorrà un tempo compreso tra uno e due anni.

L’indagine, condotta tra l’11 e il 29 gennaio 2021 e che ha interessato i principali attori appartenenti al mondo artistico-culturale, è stata presentata giovedì scorso alla presenza dei più importanti rappresentanti del settore: Mons. Simone Nicolini (Vicedirettore e amministratore gestionale Musei Vaticani), Mariolina Bassetti (Presidente di Christie’s), Tommaso Calabro (Galleria Tommaso Calabro), Simone Menegoi (Direttore Arte Fiera), Francesca Rossi (Direttrice dei Musei Civici di Verona), Verusca Piazzesi (Direttrice Galleria Continua) e il Maestro Ugo Nespolo.

I risultati emersi sono stati messi a confronto con la prima edizione dell’indagine, condotta nel settembre 2020, dal momento che l’instabilità del contesto attuale richiede un monitoraggio continuo e tempestivo. In particolare, oggetto di approfondimento sono stati l’impatto della seconda ondata pandemica e della scoperta del vaccino sulle previsioni degli intervistati.

È indubbio che il digitale non sostituirà mai la fruizione d’arte “in persona”, allo stesso tempo però non si deve sottovalutare il fatto che ciò che si è verificato sia destinato a incidere in modo significativo sulle dinamiche future. Per il ripensamento di strategie, canali di comunicazione e business model in generale non si può prescindere dai dirompenti cambiamenti che la crisi pandemica ha provocato nel settore. Quello a cui bisogna lavorare è un futuro in cui online e offline coesistano, arricchendosi a vicenda.

A conferma del fatto che la crescita della digitalizzazione può rimpiazzare solo in parte le attività dal vivo, c’è il dato che certifica il generale calo nei volumi d’affari. Rispetto a settembre sono raddoppiati gli operatori del settore, uno su quattro, che dichiarano di aver visto ridotto nel 2020 di oltre il 50% il proprio volume di affari rispetto al 2019, e la maggior parte degli altri intervistati comunque ha riportato una riduzione del business tra il 25% e il 50%.

Ciononostante la digitalizzazione del settore artistico-culturale nell’ambito della compravendita ha permesso di contenere i danni e si è dimostrato comunque efficace nel sopperire almeno in parte l’impossibilità di poter vedere opere e pezzi da collezioni in presenza. A differenza di quanto rilevato in relazione alla mera fruizione d’arte, sono cresciute significativamente in senso positivo le risposte relative alla funzionalità degli strumenti online nell’acquisto di opere d’arte: l’83% dei rispondenti ha attribuito media o elevata efficacia alle piattaforme virtuali. Questo risultato è sicuramente dovuto alla sempre più mirata strategia messa in atto da parte degli operatori di settore per le attività di vendita di opere d’arte e beni da collezione.

Per quanto riguarda invece la fruizione da parte di studiosi e appassionati permane invece indiscussa la volontà di prendere parte fisicamente a mostre ed esposizioni, nonostante le difficoltà ad essa connesse (tra cui timore di contagio, ridotta disponibilità economica, ridotta propensione a viaggi e spostamenti) abbiano influito negativamente sull’effettiva fruizione di arte e cultura anche nei momenti in cui le misure sanitarie lo hanno reso possibile.

 

Direttore Comunicazione di Deloitte, coordina anche  il team Art & Finance dal 2013. Oltre ad aver contribuito alla realizzazione di diverse pubblicazioni, ha partecipato come relatrice a numerosi eventi e conferenze sul tema Arte e Finanza.

Dal febbraio 2016, è inoltre Direttore Operativo di Fondazione Deloitte, che opera anche in ambito cultura e beni artistici.

Laureata in “Lingue e letterature straniere” e in “Scienze dei Beni Culturali”.

Un “sakè” di aziende zombie

Ricordo con nostalgia l’esame di economia aziendale all’università (troppi anni fa ormai…). Ricordo soprattutto un insegnamento ricevuto: le aziende si valutano per la loro solvibilità, liquidità e redditività, ma se la prima diventa insolvenza (ovvero tecnicamente il suo indice di riferimento va sotto il livello di 1), non parleremo più nel breve termine di liquidità e neanche di redditività. Non parleremo proprio più di quella azienda. Lapalissiano. La pandemia, come noto, oltre alla tremenda eredità sanitaria, ha comportato anche una voragine di carattere economico: molte aziende spendono più di quanto guadagnano, per far fronte al pagamento di interessi passivi (per l’appunto un problema di solvibilità).

Uno sconosciuto (ai più) economista cileno (Caballero) era già balzato agli onori della cronaca economica con uno studio in cui, per farla breve, aveva teorizzato che in un contesto economico di scarsa produttività, bassa inflazione e ridotti investimenti e l’utilizzo di  politiche monetarie ultra-espansive (esattamente le condizioni di oggi) ci sarebbero state una moltitudine di “aziende zombie”, che sarebbero sopravvissute solo per il contesto di favore garantito dalle banche centrali ( politica monetaria) e dai governi ( politica fiscale).

Aveva Caballero intuito che ci sarebbe stata una pandemia mondiale? No, non credo, semplicemente aveva studiato la economia giapponese, che si trovò per condizioni similari e per un decennio almeno in una fase di grave stagnazione, atipica rispetto allo stato di salute delle altre maggiori economie mondiali e che aveva ispirato numerosi studi in materia (se ne era già parlato anche in un Nuvole e Mercati del 09/12/2019).

Un recente studio dell’Istituto della finanza internazionale ha messo in luce che nel 2020 il numero di aziende manifatturiere con gravi problemi di solvibilità è cresciuto del 160% sul 2019. Stiamo parlando di aziende sane fino al 2019 che hanno avuto un crollo del fatturato a causa della pandemia.

Saranno dunque destinate a diventare tutte “aziende zombie” e avremo una giapponesizzazione della economia mondiale? Non per forza. Il drastico peggioramento economico a causa della crisi non si è ancora accompagnato ad un aumento del tasso di insolvenza (grazie alle pronte risposte di politica monetaria e soprattutto fiscale), non c’è stata la stretta creditizia paventata (come nella crisi del 2008) e le aziende hanno attinto nuova liquidità anche attraverso emissioni obbligazionarie record (2.100 miliardi di dollari circa di nuove emissioni).

La fase più acuta della crisi sembra dunque essere passata.

L’incognita semmai riguarda il prossimo futuro in cui verranno (presto o tardi) allentati gli aiuti pubblici (sussidi, cassa integrazione..) e molte aziende si troveranno da “digerire un sacco di debito”. Basandoci sull’esempio di successo giapponese, auguriamoci che per questo “sacco“, possa bastare un buon “sakè”..

Cristina Santagata-Olio Extravergine: prospettive ed export post Covid

 

Cosa ci riserva concretamente il futuro nel settore agroalimentare dalla produzione, alla distribuzione, al consumo?

A leggere i giornali, gli interventi sui social, ascoltando la TV o parlando con le persone, come accade per altri settori, sembra esistano di fatto due “partiti”. Il primo pensa che “pian piano si ritornerà come prima” (al peggio fin quando non si completerà la campagna vaccinale), il secondo ritiene che “più nulla sarà come prima”. In ambedue le posizioni ci sono poi i pessimisti (“molte imprese, siano esse produttive o dell’accoglienza, distributive o della ristorazione, chiuderanno prima di ogni futuro possibile”) e gli ottimisti (“il vaccino rimetterà tutto a posto o, male che vada, saremo costretti a realizzare cambiamenti che saranno positivi, dalle attività in campo, al consumo, al turismo sostenibile”).

Nel pandemonio della comunicazione degli ultimi due mesi su questi argomenti, l’olio extravergine di oliva viene spesso citato non solo per le conseguenze commerciali legate alla distribuzione in tempi di Corona virus, ma soprattutto per i suoi appurati contenuti salutistici. In una media di 120 articoli e messaggi giornalieri che lo riguardano (dalle ricette di cucina alle informazioni di mercato) se ne parla in più del 48% dei casi (era il 42% fino a gennaio) (dati Monitoring Emotion).

Gli aspetti salutistici, la qualità e la sicurezza rappresentano il messaggio necessario ai produttori di olio per costruire relazioni incisive e più “comunione” con il consumatore che, pressato dalle preoccupazioni e dai disagi indotti dalla pandemia, sta mutando il proprio comportamento d’acquisto. Rafforzare la nostra cultura dell’olio e lavorare sulla comunicazione delle nostre eccellenze sono fattori chiave anche in ottica export.

Nel 2019, il mercato italiano dell’extra vergine aveva raggiunto i 155 milioni di dollari con un aumento del 22% rispetto all’anno precedente (fonte Ismea, pubblicato su Italian Food Net n.3 2020), l’export ammontava a 62 milioni (+11% rispetto al 2018) con in testa Puglia e Toscana che da sole valevano 25 milioni. Sono dati incoraggianti che, insieme alle ottime performance produttive di olive, hanno alimentato la speranza di un ulteriore incremento dell’export italiano nel 2020, che si è tuttavia scontrato con un fattore imprevisto: il Covid-19.

Il virus ha messo in crisi interi settori distributivi e ha influito sul comportamento dei grandi player internazionali come la Spagna, che al momento, dispone ancora di scorte eccessive di olio da smaltire, tanto quanto l’Italia.

In questo scenario la forza dell’Italia sta nella sua straordinarietà e nella qualità, fattori che le hanno consentito di raggiungere sempre ottimi risultati e che rappresentano il vantaggio competitivo del nostro paese per il futuro prossimo: l’olio italiano vanta 500 varietà e in particolare ha la più vasta presenza di olii DOP (42) e IGP (5). Hanno un altissimo livello di qualità, sono la risposta all’attesa di sicurezza alimentare del consumatore consapevole e la loro fama si sta espandendo. La qualità, la storia e la narrazione, la cultura e l’esperienza professionale trascinano verso l’alto l’immagine non solo dei marchi territoriali ma di tutta la produzione e l’export di olio EVO made in Italy.

Per rispondere a questa crisi, credo sarà fondamentale per le nostre aziende dimostrarsi flessibili. Comprendere e adeguarsi ai bisogni e alle rinnovate esigenze dei consumatori sarà l’unica possibile strada percorribile.

La pandemia globale ha spazzato via, almeno temporaneamente, abitudini e schemi consolidati, che hanno dimostrato la loro fragilità nel momento stesso in cui sono stati messi in discussione. Il nostro comparto si trova oggi di fronte ad una grande sfida: ripensare la logica di tutta la supply chain. Mai come oggi si sta dimostrando necessario ricorrere in maniera reale e concreta al concetto di rete: fare rete con i propri fornitori ed essere anello virtuoso di una shared economy consapevole e trasparente.

L’olio extra vergine si giocherà una grande opportunità; nella dimensione stay home che ha contraddistinto questi ultimi mesi e che sicuramente ci accompagnerà per il futuro prossimo, l’italian cooking è una leva fondamentale su cui le nostre aziende potranno costruire la propria comunicazione con il cliente.

Covid-19 ha accelerato il processo di comunicazione diretta tra il produttore e i consumatori; credo sarà fondamentale applicare una strategia digitale mirata verso il consumatore finale, qualsiasi esso sia.

Concetti semplici ed efficaci e soprattutto un continuo ascolto del nostro interlocutore.

 

 

Laureata in filosofia a Genova, con DEA (Diplome d’Études Approfondies) alla Sorbona di Parigi, dopo avere lavorato per Prada nella capitale francese, rientra a Genova nel 2008 per dedicarsi all’azienda di famiglia, di cui ora è amministratore delegato, occupandosi principalmente dei mercati internazionali e lavorando per ampliare la rete commerciale internazionale. A partire dal 2018 è Amministratore Delegato, con delega alla finanza, di Raineri Spa, un’altra storica realtà ligure di produzione e commercializzazione di olio di oliva.

E’ vice Presidente nazionale del Gruppo Giovani CNA dal 2017 e membro del Consiglio Direttivo della Sezione Alimentare di Confindustria Genova. Nel 2018 è stata nominata Ambasciatrice della città di Genova. A dicembre 2019 entra far parte del comitato territoriale Liguria di Crédit Agricole Italia.

Tommaso Capurro- Contratto e mancati, ritardati o parziali adempimenti per COVID-19

A tutti noi è probabilmente capitato in questi mesi di passare davanti ad un locale, un ristorante, una palestra, desolatamente chiusi a causa del COVID-19 e pensare “povero gestore, come farà a pagare l’affitto essendo chiuso da così tanto tempo ?”.

Invero, e come purtroppo immaginabile, questo triste fenomeno ha una portata più ampia. Il gestore del ristorante, ad esempio, non solo avrà problemi a pagare l’affitto del locale o dell’azienda, ma incontrerà difficoltà anche a pagare i dipendenti, le banche a cui potrebbe aver chiesto denaro in prestito, i suoi fornitori, e così via.

A loro volta, tali soggetti, che confidavano nel ricevere tali pagamenti, incontreranno problemi a pagare i loro creditori / fornitori in un dirompente e deleterio effetto domino su scala nazionale e mondiale.

Occorre allora chiedersi: che risposte dà il diritto in queste situazioni? Il pagamento e, in generale, l’adempimento del debitore possono essere sospesi, interrotti o ridotti ? O il debitore è comunque tenuto ad adempiere interamente e tempestivamente il dovuto?

Una delle prime e fondamentali nozioni di diritto privato che si studia all’università è che l’impotenza finanziaria di regola non giustifica l’inadempimento. Se assumo l’obbligo di corrispondere 1.000 euro ad un mio fornitore, non posso poi pretendere di ritardare o omettere il pagamento dicendogli che il flusso di cassa su cui facevo affidamento non mi è pervenuto anche se per cause a me non imputabili. In questo caso, il debitore è inadempiente al contratto e il creditore può invocare i rimedi che la legge prevede quali, ad esempio, l’adempimento coattivo o, a certe condizioni, la risoluzione del contratto e i danni sofferti per l’altrui inadempimento.

Ma di fronte a scenari così devastanti, imprevedibili e impattanti quali il COVID-19, le operazioni economiche non dovrebbero in qualche modo adeguarsi alla situazione?

In linea di massima, la risposta è sì. A causa del COVID-19, le condizioni e le circostanze presenti al momento della stipula del contratto sono stravolte al punto tale che la pretesa del creditore di ricevere ugualmente l’adempimento integrale e tempestivo è contraria a buona fede. Al momento della stipula del contratto, chi mai avrebbe potuto prevedere un fenomeno così stravolgente?

Ma allora, e questa è forse la domanda più frequente che ha ricevuto e riceve l’operatore del diritto in questi mesi: quanto io debitore devo pagare? O quanto io creditore posso chiedere?

Non è semplice riuscire a rispondere a tali domande in maniera esaustiva e in termini generali anche perché ogni contratto ha una storia a sé.

In ogni caso, si può ragionevolmente ritenere che la pretesa del creditore di ricevere in ogni caso il pagamento integrale pare iniqua. È più difficile esprimersi, invece, su quanto possa essere ridotto il pagamento.

Con ogni probabilità, tali quesiti entreranno in modo dirompente nelle aule di giustizia in un futuro prossimo. Ad oggi, qualcosa è già approdato in tribunale e ha principalmente ad oggetto l’eventuale riduzione/sospensione del canone di locazione di immobili commerciali. Ragionevolmente il contenzioso si estenderà anche ad altri tipi di contratto.

Come sempre, l’ultima parola spetterà ai Giudici, tuttavia, con tutti i caveat del caso, si può ipotizzare che:

  1. il creditore non può sempre e comunque pretendere il 100 %;
  2. parimenti il debitore non può sempre e comunque pretendere di pagare lo 0%;
  3. “spaccare la mela in due” e ridurre le prestazioni al 50% potrebbe avere un senso;
  4. non vanno tuttavia premiati comportamenti opportunistici e strumentali di chi vuol approfittare della situazione per ottenere sconti e vantaggi
  5. nemmeno possono essere giustificati inadempimenti e comportamenti non corretti adottati prima o a prescindere del COVID-19;
  6. nemmeno possono essere giustificate richieste di rinegoziazione e revisione degli obblighi per contratti sorti in costanza di COVID-19. Se le parti si sono tra loro obbligate quando avevano conoscenza del problema e non hanno ritenuto di prevedere meccanismi di adeguamento del contratto per fronteggiare la situazione, non possono poi strumentalmente invocare gli effetti della pandemia;
  7. se la situazione pandemica si trascina per una durata tale da rendere non più di interesse il contratto, le parti dovrebbero in buona fede provare a rinegoziare i termini dell’accordo e, in mancanza di possibilità di rideterminazione dell’accordo, prendere atto che il loro rapporto non ha possibilità di proseguire.

Come visto, non è facile dare una risposta in termini generali a tali quesiti. Solo un atteggiamento di entrambe le parti effettivamente improntato a buona fede e correttezza è forse idoneo a ricondurre ad equilibrio il rapporto contrattuale stravolto da COVID-19 e ad aiutare le parti e, in generale, il sistema economico ad uscire il più rapidamente possibile dalle secche in cui si è finiti.

 

Avvocato iscritto presso l’Ordine degli Avvocati di Genova. Dottore di Ricerca in Diritto Civile presso l’Università degli Studi di Pisa. È stato visiting fellowship presso il British Institute of International and Comparative Law di Londra. È autore di diverse pubblicazioni in Riviste specializzate. Dopo aver lavorato in un primario studio legale di Genova per 15 anni, nel 2019 ha fondato lo Studio Legale Capurro. Opera nel settore del diritto civile e commerciale. Presta attività di consulenza e patrocinio in favore di società, compagnie di assicurazioni, enti pubblici e privati e persone fisiche.

 

Una crisi da “solcare”

Crisi: improvvisa modificazione nella vita di un individuo o di una collettività, con effetti più o meno gravi e duraturi. (Devoto-Oli). Ma il significato di questo termine l’abbiamo imparato bene nell’ultimo anno, pur senza dizionario. Pochi però sanno che crisi deriva dal greco, (κρίσις) e veniva usato per indicare un solco agricolo (tecnicamente era il solco agricolo che si crea nella trebbiatura del grano). Chi, come me, viene dalla bassa padana, impara a riconoscerlo fin da bambino. Col tempo c’è stato un cambiamento semantico del termine verso una sua accezione specifica: quella medica o sociale.

E in effetti il Covid ha creato un bel solco, con conseguenze del tutto imprevedibili nel mondo del lavoro che sarà.  Siamo nel bel mezzo di questo limbo, con un blocco dei licenziamenti e una continua estensione della cassa integrazione che ci tengono nella condizione di “tra color che son sospesi”.

Ma cosa attenderci allora al di là del solco? Partiamo dalla fotografia attuale. Il Covid ha distinto due mondi economici: quello essenziale e quello complementare, con livelli di protezione ben diversi per chi ci lavora.

Il mondo essenziale è rappresentato ad esempio dall’alimentare, la salute, i servizi pubblici. Ovvero quei settori imprescindibili per sopravvivere e di cui non possono esistere surrogati digitali.

Il mondo “complementare” è invece (oggi) rappresentato dal mondo del leisure&entertainment (turismo, ristorazione, palestre) dell’abbigliamento, dei servizi per la persona e di tutte le altre catene che producono o forniscono beni o servizi ad alto valore aggiunto. Il Covid ha distrutto il mondo complementare, impedendone l’offerta.

Tuttavia, lo shock dell’offerta di questo mondo si è tramutata per molti in un aumento del risparmio, (non vado più al ristorante, non spendo, ma non muoio di fame perché mangio a casa), tanto più per quei percettori di reddito del settore pubblico o di grandi aziende che hanno resistito meglio allo shock. C’è stato quindi una classe protetta di lavoratori che ha acquisito potere d’acquisto, e una, non-protetta che l’ha perso, che ha anzi visto il proprio reddito scendere a zero e ha anche una capacità di resistenza minore (non recupererà mai il fatturato perso). Per farla più semplice, c’è una quota significativa della forza lavoro del settore complementare che rimarrà inattiva o perderà il lavoro.

Come se ne esce allora?

Le politiche attuali di welfare (sussidi, ristori, redditi di cittadinanza, etc…) tamponano la ferita, non la curano. Inoltre anche durante la futura ripresa economica, la domanda potrebbe rimanere bassa nel mondo complementare per 2 fattori: 1) psicosi (preferisco evitare luoghi affollati come centri commerciali, teatri o cinema), 2) digitalizzazione dell’offerta (non compro più nel negozietto sotto casa perché mi sono abituato all’e-commerce).

Quindi se ne esce se e solo se capiremo per tempo che il Covid ha già generato una nuova tipologia di mansioni, che per abitudine, per prestigio sociale, o peggio per rigidità dell’attuale assetto del mercato del lavoro non vogliamo o possiamo prendere in considerazione. Mi riferisco ad esempio a mansioni che prevedono l’assistenza agli anziani (consegna cibo o aiuto in altri servizi di base) o i “vigili sanitari” che opererebbero già nelle zone affollate (zone della movida ad esempio), garantendo il mantenimento del distanziamento sociale. 

In Svezia il settore pubblico ha favorito prontamente la riqualificazione del personale aereo verso il settore sanitario. In Italia siamo ancora fermi al dibattito su come riformare gli uffici di collocamento.  Da circa 35 anni. Siamo talmente concentrati a difendere mansioni che non serviranno più tra poco in un mondo digitalizzato, da dimenticarci di formare e riallocare personale verso i settori essenziali e in espansione.

Peccato. È un po’ come in agricoltura chi spera di avere copiose messi nei solchi già sfruttati. Senza accorgersi che la nuova semina andrebbe fatta proprio appena dopo il solco…

Il Recovery Fund è il nuovo piano Marshall?

Sono molti quelli che pensano che il Recovery Fund sia la panacea dei nostri problemi e ancora di più sono quelli che lo definiscono un nuovo Piano Marshall. Ma siamo sicuri che è corretto l’accostamento? Ci sono di certo molte analogie. Ad esempio, in entrambi i casi è stata una decisione politica (dell’America allora e dell’Europa oggi) a determinare un mix di aiuti economici e prestiti per risollevare il continente europeo da una guerra allora e da una pandemia oggi. Allora come oggi ci furono un sacco di polemiche prima di accettarlo, e allora come oggi si chiedeva ai singoli Stati di utilizzare le risorse ricevute per sviluppare al massimo gli investimenti. Allora, in Italia, l’IRI avrebbe dovuto svolgere un ruolo di propulsore rispetto alla “pigrizia” del capitale privato, oggi lo Stato deve farsi da garante per aumentare la capacità produttiva e occupazionale e modernizzare il Paese.

Allora l’America si muoveva per opportunità di carattere politico: faceva paura il fronte comunista, ora l’Europa si muove per limitare il fronte dei sovranisti, giustificando un intervento collettivo per “non tornare sovrani nella propria solitudine” (cit.).

Ma qui finiscono probabilmente le analogie e cominciano le differenze.

Allora l’intervento americano fu in gran parte a fondo perduto, (10 miliardi di dollari di aiuti e 1,3 miliardi di prestiti), ma con una serie di implicazioni che Enaudi prima di diventare presidente Repubblica definì “una medaglia a due facce”; oggi il Recovery ( 750 miliardi di euro complessivi, di cui 390 di sovvenzioni e 360 di prestiti) è tutto debito che l’Europa si fa in casa.

Allora i Paesi interessati furono 16 (oggi 27), tutti all’interno del perimetro europeo, ad eccezione della Turchia. La quota italiana di allora fu pari ad 1,5 miliardi di dollari, (terza quota più grande dopo Gran Bretagna e Francia e più della Germania Ovest), in proporzione minore rispetto alla quota del Recovery Fund (207 miliardi di euro), tenendo anche conto della rivalutazione storica e rappresentando la quota più alta in assoluto).

L’Italia di allora scontava una forte inflazione, dovuta alla scarsità dei beni produttivi (c’era il mercato nero e la tessera annonaria), alta disoccupazione che spingeva a migrare altrove e una valuta (la lira, ma anche la am-lira pochi anni prima) molto debole; oggi l’inflazione è un ricordo lontano, abbiamo a dire il vero il problema opposto, e possiamo contare su una valuta unica, forte e condivisa. Semmai è la disoccupazione a essere simile: presto avremo numeri simili a quella emergenza storica.

Il Piano Mashall si attuò in 4 anni, Il Recovery in 6 anni. Il Piano fu impostato su 3 urgenze: 1) opere infrastrutturali, 2) crescita della occupazione e del reddito medio nazionale, 3) sostegno delle aree depresse. Furono fatti degli errori, ma complessivamente fu un successo. Il Piano favorì le basi per la creazione del c.d. triangolo industriale, venne creato il porto di Genova e le grandi aziende private, (su tutte la Fiat), ne uscirono rafforzate. I soldi non furono sprecati in salvataggi improbabili. Il Piano fu il preludio al successivo boom economico. Nessuno può sapere cosa saremmo diventati senza quell’aiuto, di certo i piani sono fatti e realizzati dagli uomini. E l’Italia trovò nei suoi imprenditori e nella sua classe dirigente gli artefici di un miracolo che ancora all’estero ci invidiano. Ma questa è storia. Dobbiamo decidere il nostro futuro, riscrivendo un nuovo piano che verrà realizzato, ancora una volta da uomini. Auguriamoci allora che nel presente, il nuovo esecutivo sappia ritrovare quell’intuito e quel coraggio per essere ancora nel mondo invidiati e non rimpianti.   

Franco Tagliaferri-Cosa resterà nel mondo post pandemia

La domanda che più spesso ci poniamo, da un anno a questa parte, è: “Quando finirà l’emergenza sanitaria?”. La seconda più frequente è: “Cosa resterà, alla fine dell’emergenza?”.

Alla prima non sanno rispondere nemmeno gli scienziati; alla seconda possiamo provare a rispondere tutti noi facendo qualche riflessione. E facendoci aiutare da alcuni dati.

Nel mondo, nel 2020, in sessanta secondi un milione e 300mila persone si è collegato a Facebook, quasi 695mila si sono connesse a Instagram, circa 195mila hanno mandato un tweet. Sempre quel minuto ha visto 190 milioni di e-mail, 59 milioni di WhatsApp o Messenger, oltre 4 milioni di ricerche Google. In tutto l’anno, ci siamo scambiati oltre tre miliardi di messaggi, mentre il tempo passato su Zoom e Teams è aumentato del 2.000% rispetto al 2019.

E in Italia? Nel nostro paese, l’84% della popolazione accede ormai quotidianamente alla rete, durante la quarantena il tempo passato su WhatsApp è cresciuto dell’81% e su Messenger del 57%, Facebook ci occupa per oltre 26 minuti al giorno, i motori di ricerca per un’ora e mezza al mese

E’ da anni che questi dati sono in aumento, ma nel 2020 hanno conosciuto, a causa della pandemia, una vera e propria esplosione. Il mondo, soprattutto il mondo del lavoro, ha accelerato la sua corsa verso la digitalizzazione, l’impegno da remoto, la creazione di nuovi processi produttivi.

Tornando alla domanda iniziale, quindi, cosa resterà alla fine dell’emergenza? Continueremo con lo smart working e con il distanziamento fisico? Le insofferenze, in certi casi comprensibili, al mantenimento dei dispostivi di sicurezza (mascherine) e alla rinuncia al contatto ci fanno pensare che, quando il Covid sarà sconfitto (e sarà sconfitto), riprenderemo a stringerci la mano e ad occupare scrivanie adiacenti, in ufficio. Ma torneremo in ufficio? Sicuramente, no. Non tutti, almeno. In questi dodici mesi abbiamo capito che le riunioni in presenza, tutto sommato, non sono così indispensabili; che certe attività, in certi turni, all’alba e a tarda sera, si possono svolgere tranquillamente da casa; che gli spazi, per molte aziende, possono essere ridotti.

Quindi, ci prepariamo, nel mondo produttivo, ad un nuovo Rinascimento, dove tutto sarà più bello e a misura d’uomo? Non esattamente.

E’ vero che evitando gli spostamenti non necessari si risparmiano tempo e soldi; si abbattono l’inquinamento e lo stress; si migliorano la qualità della vita e l’efficienza del lavoro. Ma, d’altra parte, possono aumentare le tensioni in casa, quando gli spazi ristretti costringono a stare nello stesso ambiente. Certe figure professionali non troveranno più spazio. E i consumi e gli stili di vita, già modificati durante le varie fasi del lockdown, non torneranno alle dinamiche precedenti: ci avviamo verso un nuovo modello economico, dove si viaggerà di meno, ci si vestirà in modo diverso e più informale, lo svago e il divertimento, come le attività culturali, saranno differenti.

Una rivoluzione che, come tutte le rivoluzioni, causerà ingiustizie e drammi. Ma, certamente, anche nuove opportunità. La sfida, forse, è proprio questa: pensare che la soluzione a questa pandemia non sarà solo sanitaria, non sarà solamente grazie alla scoperta e alla diffusione mondiale di un vaccino.

 

Nato a Piacenza, 55 anni, abita a Milano.

Laureato in Giurisprudenza, è giornalista televisivo dal 1983.

Ha iniziato nelle tv locali e regionali, poi, nel 1990, l’arrivo a Mediaset come redattore e conduttore di Studio Aperto e di Tg4.  

Dal 2000 è vicedirettore di ClassCnbc, il canale finanziario di Class Editori, NBC Universal e Mediaset in onda su Sky 507.