Mese: Febbraio 2021

L’anno che verrà

“..L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va…” cantava Dalla, nella sua celebre canzone.

E in effetti se la settimana scorsa ci si era soffermati sul perché il 2020 sia stato inaspettatamente un anno eccezionale sui mercati finanziari, si era anche detto che (almeno in economia) “qualcosa ancora qui non va e non si tornerà mai più ad una piena normalità, ma si distinguerà invece tra un’economia pre-Covid e una post-Covid.

Bene. Vediamo allora esattamente cosa ci aspetta. Limitandoci all’anno in corso, continueremo a scrivere che “si esce poco la sera, compreso quando è festa”. Fino a che le vaccinazioni non saranno a regime, le limitazioni per l’ondata di turno freneranno il ritorno a un flusso di scambi e di consumi tradizionali. Eventuali complicazioni nell’efficacia vaccinale, o peggio, ritardi sulla loro distribuzione, (Europa docet), determineranno pesanti effetti sulle economie nazionali.

Rimarrà allora confermato il supporto delle principali Banche Centrali con misure di politiche monetaria decisamente espansive, (anche per contrastare un livello di inflazione molto depresso) e politiche fiscali super aggressive dei singoli Paesi a costo di creare livelli di debito inaccettabili fino a poco tempo fa. La spesa pubblica continuerà ad aumentare nell’anno e probabilmente anche in futuro: persino il Fondo monetario internazionale ha invocato l’adozione di ampie misure di sostegno fiscale (la stessa organizzazione che predicava austerità nella crisi finanziaria nel 2008…). Per dirla come Dalla: “Vedi caro amico, cosa si deve inventare per poter riderci sopra, per continuare a sperare”.

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione”. E sarà finalmente quella dell’ambiente: il nuovo presidente americano, l’Unione Europea, la Cina si sono impegnati a raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero. Anche noi italiani con la creazione “ex novo” del nuovo “Ministero della Transizione ecologica” per una volta sembriamo essere della partita già nell’undici titolare.

Più che una trasformazione questa appare davvero una rivoluzione: non so se sarà anche il preludio a “tre volte Natale e festa tutto il giorno”, ma probabilmente ci basterebbe che tutto questo periodo di pandemia  “poi passasse in un istante, e che l’anno che sta arrivando tra un anno passerà”.

Accetteremmo di buon grado gli effetti economici e li sapremmo di certo affrontare, purché portino via anche tutte le bruttezze che la pandemia ha comportato. E sì che allora potremmo finalmente cantare: “e questa è la novità”.

Antonio Majocchi-PMI familiari: la via maestra per l’internazionalizzazione

Le imprese familiari non godono nella letteratura economica di buona fama. In un lavoro molto conosciuto e citato in letteratura due noti economisti, Bloom e Van Reenen, ad esempio affermano che: “… family ownership of firms, restricting management practices, and informational barriers allow bad management to persist.” Per questi economisti, la proprietà familiare è una barriera all’adozione di best practice manageriali.

Ma è corretto affermare che le imprese familiari in generale e le PMI familiari in particolare sono meno competitive ed un freno allo sviluppo? La questione non è solamente accademica, ma ha una rilevanza empirica particolarmente significativa per l’economia italiana dove una larga quota di imprese medio-piccole è tuttora a proprietà familiare. Se la proprietà familiare costituisse un ostacolo all’innovazione manageriale allora questa sarebbe una cattiva notizia per l’economia italiana, già messa a dura prova dalla pandemia in corso. In realtà, in uno studio recente condotto con altri colleghi sull’export delle PMI europee familiari (The myth of the stay-at-home family firm: How family-managed SMEs can overcome their internationalization limitations, JF Hennart, A Majocchi, E Forlani, Journal of International Business Studies, 2019, 758-782) abbiamo dimostrato come l’aggregato delle imprese familiari di piccola e media dimensione sia molto eterogeneo: con imprese molto competitive accanto a imprese che sono invece effettivamente meno dinamiche. Ma quali sono le PMI familiari più competitive sulla scena internazionale? Il lavoro dimostra che il profilo delle imprese familiari che hanno più successo è quello delle imprese che seguono strategie “globali di nicchia”. Queste imprese si presentano sui mercati internazionali facendo leva sui punti di forza delle imprese familiari: tradizione, alta qualità dei prodotti e dei servizi, relazioni stabili con fornitori e clienti, focalizzazione su fasce di mercato molto specifiche ma ampie in termini geografici. Lo studio mostra che le PMI che puntano su queste strategie hanno livelli di performance sui mercati esteri simili a quelli delle imprese con differenti assetti proprietari e che questo è vero, non solo in Italia, ma in tutti i principali paesi europei. Le PMI familiari hanno quindi chance sui mercati internazionali, ma per avere successo devono seguire strategie adatte alle loro caratteristiche: è questa la sfida che le Pmi italiane dovranno affrontare negli anni post-pandemia.

Il mercato finanziario e l’economia : fratelli, non gemelli

Alcune persone mi hanno chiesto perché mentre la pandemia sta ancora sconvolgendo l’economia mondiale, i mercati finanziari, (almeno dopo un iniziale shock), continuino a crescere. Proverò a rispondere in poche righe. Partiamo dalla evidenza più scontata: l’economia mondiale è stata colpita da una pandemia globale inaspettata e non torneremo mai più “alla piena normalità”. Le risposte di politiche monetarie e fiscali a livello internazionale sono state rapide e incisive e gli effetti della pandemia sull’economia reale sono stati (finora) controllati. Un dato può aiutare: nel pieno della pandemia, (aprile 2020) negli USA si è registrato il peggiore calo in termini di occupazione di sempre dai tempi della 2° guerra mondiale, ben peggiore della grande crisi del 2008. Immediate reazioni straordinarie di “blocco dei licenziamenti”, o sussidi con casse integrazioni specifiche hanno limitato i danni . L’elevata incertezza derivante da uno scenario senza precedenti ha determinato anche una elevata inaffidabilità dei consueti modelli previsionali: si è passati da previsioni di contrazione PIL 2020 catastrofici a livelli via via più contenuti e già (in parte) ufficialmente comunicati. Le economie hanno recuperato terreno dopo la prima ondata di Covid, per poi rallentare nella parte finale dell’anno. Solo la Cina è stata l’unica potenza mondiale ad essersi rafforzata (relativamente) nella crisi: già a partire dal secondo trimestre la sua economia era tornata alla crescita. La situazione di grave collasso della economia mondiale non si è invece del tutto trasferita ai mercati finanziari. Seppur possa sembrare paradossale, la pandemia ha fatto da volano per avviare processi di integrazione finanziaria, monetaria e fiscale e i mercati finanziari hanno apprezzato tutte queste novità. A differenza di quanto avvenuto con la crisi dei sub-prime, (quando il mercato del credito era collassato), si è fatto tesoro degli errori del passato e attuato politiche fiscali e monetarie rapide e incisive. La pandemia ha determinato anche un clamoroso sviluppo della tecnologia, (digitalizzazione su tutto) con una forte crescita della capitalizzazione di borsa e degli utili delle società di questo settore. L’ indice azionario americano (fortemente influenzato da tali titoli, basti pensare alle società di piattaforme digitali) e quello cinese hanno performato in modo straordinario.

Ecco le principali ragioni per spiegare reazioni così contrastanti tra gli effetti dell’economia reale e quella finanziaria.

Qualcuno sostiene che il Covid sia stato sui mercati e sull’economia in generale una “tempesta perfetta” e parleremo di un’economia pre Covid e di una economia post Covid: non si tornerà mai più a quella che molti chiamano inconsciamente “normalità”. Sono anche io di questa idea e nel prossimo N&M si parlerà di queste conseguenze epocali, per ora mi limito a rimarcare quanto la pandemia Covid-19 ci abbia insegnato come la realtà possa ancora sfuggire alla lettura più evoluta di qualsiasi modello economico previsionale e come l’unica risposta efficace in questi casi così estremi sia la cooperazione politica, sanitaria e finanziaria tra Stati a livello internazionale. Serviva proprio una pandemia internazionale per arrivarci?

Mauro Ferrando-Il Waterfront di Levante per Genova Regina del Mare

Genova ha un’innata vocazione per il mare. E’ arrivato il tempo in cui il mare non deve più restare ai suoi margini e limitarsi a lambirla. È arrivato il tempo in cui il mare deve entrare dentro la città, attraversarla, contaminarla ed esserne contaminato, in uno scambio dinamico delle reciproche energie positive. Genova ha una occasione unica e rara: ridisegnare il nuovo waterfront della città valorizzando le relazioni fra città e mare, in termini di sostenibilità ambientale e di attività socio-economiche che possono ivi trovare adeguato insediamento.

Ho l’onore di rappresentare la società Porto Antico-Fiera di Genova nel progetto Waterfront di Levante, in cui credo fortemente e che porterà all’espansione sia delle darsene dedicate alla nautica da diporto, sia delle aree espositive, sede privilegiata del Salone Nautico, e non solo.

L’area della Fiera di Genova, per decenni dimenticata e vicina al decadimento, grazie alla ristrutturazione dei suoi spazi ed al <<movimento>> dei canali si amplierà estendendosi sul mare, ove già si affaccia grazie all’architettura del Padiglione Jean Nouvel, con la sua stupenda terrazza, protesa verso il blu.

Tale area, così riqualificata, diverrà una delle più affascinanti propaggini urbane sul mare di tutto il Mediterraneo, ed avrà un ruolo determinante per la crescita economica e culturale, l’attrattività turistica e la visibilità internazionale della nostra città.

Sarà un luogo piacevole in cui abitare, lavorare, incontrarsi e coltivare attività sportiva; semplicemente, vivere, attuando un vero e proprio cambio di mentalità.

Il Waterfront di Levante è il segno di un cambiamento profondo che – grazie all’ampliamento del polo crocieristico, al Terzo Valico, alla Gronda e alla nuova diga foranea – potrà assumere, per Genova, i contorni di un suo nuovo rinascimento. Genova vuole tornare a rioccupare il ruolo che la storia le aveva già assegnato, quella di Regina del Mare. Siamo tutti coinvolti in un unico obiettivo ambizioso: la società Porto Antico e le Istituzioni del territorio (Comune, Regione, Camera di Commercio e Autorità Portuale), i quali stanno così alimentando una sinergia che ha già trasformato in realtà progetti speciali sino al recente passato inimmaginabili, come l’ospitare, nel 2023, la tappa conclusiva (The Grand Finale) della Regata Mondiale Ocean Race, Genova Capitale Europea dello Sport nel 2024, il ritorno del Salone Nautico Internazionale di Genova alle glorie del passato, ovvero il Salone più importante d’Europa e del Mediterraneo. È una sfida che non possiamo non cogliere. A Genova, i poli opposti delle sue vallate sono collegati dal Ponte San Giorgio, ma c’è un legame ancora più forte che li unirà sempre: il Mare, l’elemento naturale che connatura il DNA della città.

Genova Regina del Mare.

È arrivato il momento del suo ritorno agli antichi fasti e ricchezza, non solo culturali e sociali.

Elia Napolitano-Il Mercato Immobiliare: imperativo riqualificare

Se c’è un settore, in Italia, che da anni vive altalenanti momenti di sviluppo e decise battute d’arresto, certamente è quello immobiliare e purtroppo, l’anno appena iniziato non sarà quello della ripresa. La pandemia da Covid, con il conseguente lockdown, ha accentuato la tendenza già in atto che si è palesata con un calo dei volumi prossimo al 20% di compravendita di abitazioni del 2020 rispetto all’anno precedente; ma i problemi vengono da lontano e non si risolveranno con una finta ripresa se non affrontati in modo deciso e strutturato partendo dal nodo fondamentale, quello della riqualificazione.

Il tema evidenzia l’importanza di una riflessione sulle modalità e le metodologie d’intervento da applicare nelle trasformazioni del bene immobiliare. Certamente la questione dovrebbe riguardare la città nel suo insieme, dove va trovato il giusto equilibrio tra centro storico e periferia, perché quest’ultima, nel suo continuo processo di espansione, ha generato tanta “edilizia” ma certamente poca architettura.

 

Ecco perché spesso la città ci appare frattale, disomogenea dove i nuovi insediamenti “edilizi” hanno prodotto forme che faticosamente sono riuscite a relazionarsi tra loro e che si sono manifestate come dispersione caotica di elementi e soggetti, di pratiche e di economie. Tutto questo perché, spesso, la visione degli investimenti immobiliari è stata sempre (o quasi) quella del massimo profitto generando di fatto delle false economie. Come dare torto a Richard G. Rogers quando afferma che “La forma che segue il profitto è il principio estetico del nostro tempo”.

 

Questa rincorsa negli ultimi anni è sfociata poi all’estremo opposto, perché commissionare progetti di edifici estrosi e magnificenti, ha trasformato gli architetti in archi-star, facendo perdere di vista il vero ruolo dell’architettura, quella di essere sempre al servizio di chi la usa. Si è confuso arte ed estetica, bellezza ed estro, armonia e proporzioni, causando nell’immediato un profitto, ma certamente non un’economia.

 

Scrive Kenneth Blanchard “Pensare solo in termini di profitto è come giocare a tennis guardando il tabellone e non la palla.” Ecco perché servono progetti architettonici di qualità che rispettino l’uomo attraverso la compatibilità funzionale e simbolica degli edifici soprattutto per la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. In Italia abbiamo un’emergenza immobiliare, di rivalutazione dell’esistente che, ammortizzata ormai da anni la fase di “profitto”, va completamente ristrutturato con una visione finalizzata al comfort e all’ambiente in cui l’uomo e il suo benessere devono essere posti al centro di un’economia compatibile.

 

Solo in questo modo potremmo ritornare a valori importati e significativi per il “nostro” patrimonio immobiliare, sia esso storico, di periferia o di centro. L’imprenditore (e mai più immobiliarista) deve prendere coscienza che il profitto generato da un’economia compatibile con i limiti del pianeta e con le reali necessità della gente, sarà di gran lunga maggiore e certamente migliore per sé stessi e per le loro future generazioni.

Campioni del Mondo

Erano belli quei tempi in cui potevamo urlare il nostro orgoglio di essere italiani, quando le gesta dei nostri attaccanti, il talento dei nostri centrocampisti e la tenacia dei nostri difensori ci risarcivano dei comuni stereotipi che noi, gente italica, siamo soliti subire, un po’ per invidia (va detto) e un po’ per nostre scelte (va ammesso). Abituati a riempire le cronache internazionali dei giornali altrui per i nostri limiti politici, fa specie, per una volta, trovarsi per la stessa ragione così attenzionati e benvoluti nei corsivi dei giornali stranieri. Senza addentrarmi in giudizi di merito (questa rubrica cerca di essere super partes, ma si sa, l’uomo è fragile), la notizia della formazione di un nuovo “governo di alto profilo” ha messo le ali alla borsa nostrana (+7% nella settimana e best performer tra i principali listini mondiali) e ha fatto collassare il tanto vituperato spread, sceso al livello 93, al minimo dal 2015. C’è tanta voglia di Italia. Era ora. Ma passata questa sbornia da euforia, ricordiamoci da dove veniamo. Veniamo da un rapporto debito/ Pil che chiuderà a 160% circa e solo quest’anno abbiamo creato 430 miliardi di euro di deficit aggiuntivo per fronteggiare la pandemia. Più che un esercito di draghi (minuscolo), ci vorrebbe un Salvatore (maiuscolo). Sfida quindi persa in partenza? No. Ma servirà tanta capacità di soffrire insieme e portare a casa la vittoria. Proprio come quando siamo arrivati sul tetto del mondo calcistico. Abbiamo un prezioso aiuto dall’Europa: 200 e più miliardi da spendere, abbiamo il nostro tessuto industriale che è ancora un vanto a livello internazionale e abbiamo una forte rete di relazioni internazionali di chi è stato incaricato a guidare il Paese. Servirà però avere coraggio. Il coraggio di fare delle riforme epocali (lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, previdenza…) senza guardare solo al nostro orticello. Questa voglia di comprare Italia potrebbe continuare ancora: fior di analisti stanno azzardando che il nostro spread si restringerà ulteriormente collocandosi a un livello di 70 punti (per essere più diretti: lo stesso livello della Spagna) e questo significherebbe pagare meno interessi sul debito, ma soprattutto, alla luce degli accordi con l’Europa, emettere nuovo debito pubblico ad un livello vicino allo 0%, rispetto al costo medio del nostro debito in essere del 2,5% circa.

È una occasione unica. Come già successo nella nostra storia, siamo in finale e abbiamo da tirare il rigore decisivo. Auguriamoci allora di rivivere il rigore di Berlino… (ognuno la legga come vuole…)

Salvatore Ricco-“Treeconomics”: il valore (non solo ambientale) degli alberi

I benefici ambientali degli alberi sono noti: riducono l’anidride carbonica, filtrano gli inquinanti, producono ossigeno, proteggono il suolo, riparano dai rumori, forniscono ombreggiamento. Nelle città, dove oggi vive oltre il 55% della popolazione mondiale con tassi in progressiva crescita, gli alberi offrono anche l’opportunità per rilassarci e svolgere attività a beneficio del fisico e della mente. Meno ovvi, ma altrettanto importanti, sono i benefici economici che gli alberi possono garantire agli ecosistemi, in particolare nelle nostre città. Qualcuno ha anche iniziato a calcolarli e a considerare i vantaggi della cosiddetta “treeconomics”. La storica Jill Jonnes, autrice del libro Urban Forest, sottolinea come la presenza di alberi sia in grado di ridurre le temperature cittadine tra i 2 e gli 8 gradi: ciò si tradurrebbe in una diminuzione fino al 30% dei costi di raffrescamento degli edifici e di un calo compreso tra il 20 e il 50% dei consumi energetici per il riscaldamento, con un contributo significativo alla lotta ai cambiamenti climatici e al crescente fenomeno della “povertà energetica”. Il dipartimento dei parchi di New York, qualche anno, fa ha stimato in circa 120 milioni di dollari il beneficio economico annuo derivante dagli alberi cittadini: tra questi, 28 milioni di dollari di risparmi energetici, 5 milioni di dollari di miglioramento della qualità dell’aria, 36 milioni di dollari di costi evitati per inondazioni. Il tutto a fronte di costi di manutenzione di “soli” 22 milioni di dollari.

Esistono anche delle formule per valutare il “prezzo” di un albero. La formula Cavat, pubblicata sulla rivista Arboricultural Journal, considera una serie di parametri, tra i quali il valore di base (aggiornato anno per anno), il tronco, l’aspettativa di vita e lo stato di salute, la densità abitativa della zona in cui si trova l’albero. Utilizzando questa formula, New Scientist ha calcolato che il valore degli alberi in tutti gli Stati Uniti sia pari a 16 miliardi di dollari. Si tratterebbe di appena 2,60 euro a pianta ma solo perché gran parte di queste si trova fuori dalle aree abitate, a differenza dei circa 60mila euro pro-capite dei poco più di 3.000 alberi di Hyde Park a Londra.

Alla fine del 2020 BP, una delle principali aziende energetiche globali, ha acquisito il controllo di Finite Carbon, un’azienda americana che aiuta i proprietari di foreste a gestirle in modo sostenibile per generare crediti di CO₂ da vendere sul mercato.

Sono tutti esempi che mostrano un cambio di percezione nei confronti delle iniziative di forestazione, riforestazione e protezione delle foreste, nelle aree urbane e periurbane ma non solo: ciò che prima era ritenuto un costo per una amministrazione pubblica, oggi è fonte di valore sociale ed economico.

Ciò è ancora più vero in una fase in cui imprese e cittadini considerano sempre più la messa a dimora di nuovi alberi come lo strumento ideale per contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici e a compensare le proprie emissioni di anidride carbonica.

Salire a bordo, caspita!

Mentre il Paese annaspa tra una pandemia sanitaria, una crisi economica e una frattura politica (per non farci mancare nulla), due moniti severi, (ma tempestivi) da parte delle società di rating Moody’s e Fitch sulla stabilità del Paese sono passati del tutto inosservati dai nostri governanti, “in altre faccende di poltrone affaccendati”.

Il problema è che la nostra fragilità politica, soprattutto ora, rischia di compromettere la generosa dotazione di risorse (alcune a fondo perduto) che l’Europa ci ha offerto.  Alle agenzie di rating poco importa chi salirà a bordo del nuovo esecutivo, ma solo che qualcuno “salga a bordo, caspita!”  (semi cit. e parafrasando un monito di “responsabilità”).

Moody’s soprattutto nella sua ultima nota ci ricorda che Il nuovo esecutivo dovrà gestire l’attuale fase della pandemia, e garantire un utilizzo tempestivo ed efficace dei fondi (Recovery Fund) dell’UE, fondamentali per migliorare il basso potenziale di crescita dell’Italia». E ancora rincara: «l’Italia riceverà più di 200 miliardi di euro, (il 12% del PIl atteso nel 2021), in sovvenzioni e prestiti dal piano Next Generation EU entro il 2026 e sarà il principale destinatario di detti fondi all’interno dell’UE. Questi fondi equivalgono a più di cinque anni di spesa pubblica e nelle intenzioni dovrebbero promuovere la crescita economica dell’Italia, se spesi in modo produttivo, […] e se il governo italiano saprà ridurre le tempistiche e le procedure di assegnazione degli appalti della pubblica amministrazione». Semplificando: se e solo se sapremo fare la riforma della pubblica amministrazione e le altre riforme che l’Europa e la maggior parte dei cittadini esausti chiedono da tempo, vedremo “cammello”.

E questo è un problema non da poco, visto che nella nota, l’agenzia di rating ci ricorda che nell’ultimo quinquennio, l’Italia ha sfruttato solo il 39% delle risorse a lei assegnate dall’Europa (di cui spesi solo il 30,7%). Forse, a conti fatti, qualche problema di credibilità è anche legittimo averlo.

Cosa rischiamo se decidessimo di andare dritti per la nostra rotta, incuranti dei moniti della “capitaneria di porto europea”? Potremmo trovare la via del mare aperto e navigare senza dover sentire di continuo le sirene fastidiose di chi vorrebbe accoglierci in un porto già affollato, è vero… Ma di certo, chi è uscito da questo porto recentemente non se la sta passando benissimo (Mr. Johnson, is it true?) e comunque dovremmo affrontare i marosi spaventosi di un declassamento del rating (siamo sempre a un passo dall’essere considerati Junk, spazzatura) con tutto quello che ne consegue in termini di tenuta dello spread e con un debito pubblico, mai così alto.

Possibile che ci siamo già dimenticati di quanto successo nel 2011? Ad oggi sembrerebbe di sì. O forse stiamo solo assistendo a questa pantomima perché è interesse politico che venga individuato, nel breve, un temporaneo traghettatore e non un comandante dell’imbarcazione. Ma così rischiamo di ricadere nello stesso errore di sempre. Peccato. Non si definiscono nuove rotte, preoccupandosi di volta in volta di evitare solo secche e scogli, ma individuando la meta e definendo l’equipaggiamento migliore, soprattutto per chi si fregia di esser popolo di navigatori…