Mese: Dicembre 2020

La ruota quadrata non gira

Così si è espresso il Censis nell’ultimo rapporto sul nostro Paese. E la fotografia che emerge è piuttosto preoccupante ed impietosa. Gli Italiani hanno paura. La tutela del lavoro è la preoccupazione maggiore: il 53,7% dei dipendenti nelle piccole imprese teme la disoccupazione, rispetto a un più contenuto 28,6% di chi lavora nella grande industria. C’è una frattura sempre più netta tra chi ha la sicurezza del posto di lavoro e chi no: da una parte i 3,2 milioni dipendenti pubblici a cui si sommano i 16 milioni di percettori di una pensione, dall’altra parte il popolo delle partite Iva, dei commercianti, degli artigiani, dei professionisti rimasti a corto di incassi e fatturati che rappresentano quella parte di Italia che si è schiantata durante il Covid.

Ma c’è anche un gruppo di “invisibili” che si è inabissato senza far rumore e stimato in 5 milioni di persone: lavoratori in nero e i saltuari dei “lavoretti”. Ma se la fotografia attuale è drammatica, spaventa ancora di più il futuro: quasi il 40% degli italiani ritiene che anche nel post Covid, avviare un’impresa, aprire un negozio o uno studio professionale rimarrà un azzardo. Di più, Il 73,4% degli italiani indica nella paura dell’ignoto il sentimento prevalente: nel Paese dell’autoimprenditorialità e delle fabbrichette sotto casa è un segnale spaventoso.

Lo Stato diventa quindi il salvagente sociale a cui aggrapparsi: già ad ottobre l’Inps ha erogato sussidi per un quarto della popolazione con una spesa complessiva di 26 miliardi di euro, ovvero un “sussidio medio” di quasi 2.000 euro a testa. Il meccanismo rischierà di generare dipendenza, oltre che mandare il nostro debito pubblico fuori controllo, ma “privi di un Churchill a fare da guida nell’ora più buia”, (cit.) capace di essere il collante delle comunità, l’Italia si affida alle sue individualità e al suo individualismo.

Nel passato l’Italia è sempre riuscita a riemergere dai suoi momenti più bui, con l’eccezionale exploit del primo dopoguerra, il boom economico, dove il Paese è divenuto in pochi anni una potenza economica mondiale, dando origine alla generazione dei baby boomers, che ancora oggi rappresentano la quasi totalità di quel 3% di italiani adulti che detengono il 34% della ricchezza del Paese.

Speriamo di non aver smarrito in tutti questi anni la voglia di stupire e di stupirci.

Maurizio (Momo) Scala-Nessuno si salva da solo

Con queste parole, lo scorso 27 marzo, da una Piazza San Pietro deserta e solenne, Papa Francesco ha ricordato ancora una volta ad ogni donna e uomo del nostro mondo che urge cogliere la sfida della solidarietà e che è ora di dare il via ad una vera rigenerazione delle nostre società. Ancora di più in un momento così denso di preoccupazioni e incertezze, come quello della pandemia da Coronavirus.
Nel solco di queste parole la Comunità di Sant’Egidio ha raccolto ancora una volta il testimone. Nata nel 1968 a Roma da un gruppo di studenti del liceo Virgilio, la Comunità di Sant’Egidio ha da subito posto al centro del proprio agire il Vangelo e i Poveri, promuovendo amicizia, dialogo e pace sia a livello internazionale, sia nelle periferie urbane ed esistenziali del nostro mondo, agendo sempre su base no profit. A Genova la Comunità è presente da oltre 40 anni e attualmente conta quasi 1000 volontari, attivi in maniera totalmente gratuita sul territorio. Nel corso degli anni molte sono state le situazioni di fragilità e disagio in cui ci siamo voluti impegnare: dagli anziani soli assistiti giornalmente dai volontari del progetto “Viva gli Anziani” (circa 1600 anziani seguiti regolarmente), ai senza fissa dimora visitati e sfamati dai volontari dei giri serali (da inizio anno distribuite 23.800 cene itineranti di strada), senza scordare i bambini e i ragazzi delle periferie cittadine educati alla pace e sostenuti nella scoperta e valorizzazione dei propri talenti tramite le “Scuole della Pace” (circa 500 ragazzi dai 6-15 anni seguiti nel solo comune di Genova) o le migliaia di pasti distribuiti settimanalmente tramite la mensa, che accoglie ogni sera chi ha bisogno di un pasto caldo e di un momento di incontro. È allora in questo spirito creativo e attivo che anche nella nostra città abbiamo voluto rispondere in maniera ancora più forte ai nuovi bisogni e alle nuove povertà portati dal Covid-19, non fermando mai la nostra opera di assistenza e amicizia, ma reinventandola in base alle nuove condizioni, perché nessuno venisse dimenticato. In questo senso abbiamo voluto ancora una volta provare a rigenerare la speranza di un nuovo domani nelle vite delle persone scartate e lontane dal “centro”. La speranza di un nuovo domani in cui le capacità di ognuno siano pienamente valorizzate e messe a servizio della collettività. Certo non appiattendo la nostra risposta solo sul bisogno materiale dell’oggi, ma continuando a costruire una relazione duratura e personale con ciascuno, diventando per le persone un punto di riferimento e non uno sportello a cui rivolgersi per ricevere qualcosa: persone su cui poter contare davvero nel momento di difficoltà. In tal senso anche il potenziamento di diversi servizi, come per esempio la consegna di pacchi alimentari alle famiglie in difficoltà (1.100 pacchi distribuiti nel mese di Gennaio 2020, 5.200 nel solo mese di novembre 2020) o della mensa (passata da circa 450 pasti caldi distribuiti giornalmente a gennaio 2020 ad oltre 700 nei mesi di ottobre e novembre), non si sono esauriti nella sola soddisfazione di un bisogno, ma si sono anche tradotti, citando Renzo Piano, in un’azione di rammendo delle periferie, per cui oggi in molti casi, assistiamo all’emergere del desiderio di aiutare da parte di chi è aiutato. In virtù di tutto questo continuiamo tenacemente la nostra quotidiana opera di amicizia e sostegno ad ognuno. Anche noi in questo complesso periodo ci troviamo a far fronte a diverse e a tratti nuove difficoltà, come ad esempio reperire nuove fonti di sostegno materiale o economico. Tutto questo però non ci ferma e tenacemente non perdiamo la ferma volontà di continuare a lavorare perché si possa arrivare a confondere ancora chi aiuta e chi è aiutato.

Ambrogio Invernizzi-La filiera corta per un modello di ampio successo

Filiera, un termine sempre più utilizzato, una parola che racchiude un significato profondo di condivisione e comunità di intenti, che è sinonimo di lavoro, impegno quotidiano, mediazione e obiettivi.
Per me fare filiera vuol dire fare prima di tutto squadra: portare valore ad un territorio, grande o piccolo che sia, partecipare alla crescita e allo sviluppo di nuove opportunità per una comunità. Per rendere meglio l’idea devo tornare all’inizio di quella che senza dubbio è stato un momento di svolta per un intero territorio.
Dieci anni fa, in un momento particolarmente complesso per l’economia mondiale, abbiamo saputo cogliere una sfida importante. Era il 2007, l’anno del fallimento di Lehman Brother, l’anno del crack finanziario mondiale ed eravamo stati interpellati per creare una struttura di trasformazione che potesse garantire quantitativi giornalieri importanti. Accettare quella sfida voleva dire per noi affrontare uno dei passi più importanti della nostra storia aziendale: dovevamo sostenere un investimento doppio rispetto al fatturato di allora. Servivano coperture finanziarie almeno pari all’investimento, proprio nel momento in cui il mondo andava incontro ad una crisi che avrebbe segnato per anni l’andamento economico globale. Gli istituti di credito del territorio hanno creduto nel progetto e il loro supporto ha reso possibile il completamento della costruzione della torre di polverizzazione. Ma c’era un altro secondo “ostacolo” da superare: serviva decuplicare la raccolta della quantità di materia prima (il latte). Arrivo allora a quel concetto di filiera e territorio che ho enunciato prima: nasceva allora un modello unico di cooperazione tra mondo agricolo e quello industriale, che vale ancora oggi, ispirato alla filiera corta e certificata, un modello che comprende, dieci anni dopo, e grazie anche al supporto di Coldiretti, oltre 400 imprenditori, in un raggio medio di circa 30 km dal nostro stabilimento.
La riposta a quel punto di svolta di dieci anni fa è stata trovata insieme tra industria e agricoltori. Grazie alla collaborazione con una primaria Università italiana, abbiamo definito un algoritmo che regolasse il prezzo del latte alla stalla, un sistema di remunerazione trasparente che garantisse tutte le parti coinvolte, eliminando così la contrattazione singola. Filiera allora, significa impegnarsi a sottoscrivere un comune protocollo, condividere un identico set di valori che si fondono sul benessere animale, la gestione del suolo, delle acque e del raccolto, la qualità della materia prima, la sostenibilità ambientale e la tutela dei diritti umani e dei lavoratori.
Fare filiera vuol dir per me essere un’unica squadra che lavora su uno stesso territorio con i medesimi obbiettivi: crescere con trasparenza, puntando ad una sempre maggiore qualità di prodotto. Ma lo facciamo insieme, anche attraverso momenti di formazione, di confronto, perché riteniamo che essere filiera vuol dire soprattutto lavorare insieme per una comunità, la nostra comunità. Vedere ancora oggi i valori fondanti che hanno determinato la creazione di questo modello di business, tramandarsi di padre in figlio nelle aziende famigliari che ci hanno accompagnato in questo processo di filiera corta, è per me motivo di orgoglio, è la certezza di sapere che magari anche con nuovi approcci, il progetto comune verrà portato avanti di generazione in generazione.
Ecco perché sono convinto che la parola “filiera” sia importante, ma ancor di più che debba essere usata con cognizione di causa, sapendone riconoscere i valori, l’impegno ed il lavoro che si celano dietro a un temine che oggi è sempre più utilizzato, talvolta forse con un po’ di leggerezza.

Una patrimoniale non salverà l’Italia

Era scontato: come il dibattito sul MES sarebbe entrato nel vivo, o peggio, l’Italia avrebbe dovuto dare una risposta definitiva all’Europa, qualche nostro politico se ne sarebbe venuto fuori con una “patrimoniale” come panacea di tutti i mali. Questa volta sono già 3 i partiti che, a titolo diverso, hanno promosso la ‘balzana‘ iniziativa. Come già ampiamente illustrato in un N&M del 12 ottobre, il problema vero di questo Paese è l’evasione fiscale e non aumentare la pressione fiscale, poiché il nostro ordinamento è già “ricco” di prelievi, sia sul patrimonio mobiliare che su quello immobiliare, sia di bolli sugli investimenti finanziari, che di tasse sul mattone, che rappresenta ancora il vero bene rifugio per eccellenza.

Senza entrare nel merito delle proposte, che in entrambi i casi, a detta dei proponenti, si applicherebbero ai “super ricchi”, senza neppure specificare bene i criteri oggettivi per poterli immediatamente individuare, il teorico vantaggio che si avrebbe (a detta sempre di 2 dei 3 portavoce della iniziativa) sarebbe di circa 18 miliardi di euro, da ridistribuire a beneficio della popolazione. Fa (sor)ridere che gli stessi proponenti appartengano proprio a quei partiti che rinunciando al MES, rinunciano ad un vantaggio certo e immediato di 35-36 miliardi di euro. Ma così rischio di entrare in diatribe politiche, che personalmente non mi entusiasmano. Chiunque avesse sfogliato qualche pagina di economia politica ai tempi dell’università, saprebbe tuttavia che aumentare la pressione fiscale in un momento di diffusa crisi economica è un grosso azzardo (per non essere scurrile), inoltre il rischio di “punire” i maggiori contribuenti e favorire invece i maggiori evasori (che sarebbero incentivati a continuare nella loro azione) sarebbe un clamoroso autogoal in termini di equità fiscale, che anche i peggiori governi della nostra storia repubblicana si sono sempre vantati di perseguire. Se è vero infatti che oggi il governo si può far forte che non esista più il segreto bancario come nel passato, (per contrastare eventuali fughe di capitali tassabili), è anche vero che un intervento sul patrimonio (sia mobiliare o immobiliare) farebbe del tutto cadere il rapporto già vacillante di rappresentatività verso questa classe politica.

Lo abbiamo già visto nel passato, sia con il prelievo forzoso del 1992, sia con la introduzione dell’IMU nel 2011: il rapporto cittadini-Stato è stato messo a dura prova, dando origine alla nascita di movimenti populisti che non hanno di certo risolto la situazione.

Chiuderemo con un calo del PIL di circa il 12% sul 2019, gli investimenti in immobili commerciali nel 1° semestre sono già crollati del 25% con stime in peggioramento, anche l’immobiliare residenziale è in contrazione, mentre cresce in maniera importante la propensione a mantenere i propri risparmi in liquidità (+8% sul 2019), per il sentimento di grande incertezza che impedisce di sostenere l’economia di questo Paese.

Bisognerebbe allora essere proprio degli sprovveduti per pensare che una eventuale patrimoniale possa risolvere i problemi causati dalla cattiva politica. Anche perché se applicata su livelli reddituali, (come ad oggi proposta), la attuale fascia di reddito più alta, (censita dalla agenzia delle entrate), è quella di chi guadagna più di 300.000 euro, ovvero lo 0,1% della popolazione.  Lo 0,1% dovrebbe “salvare” 60 milioni di persone.

Temo che il problema allora non sia più solo saper sfogliare dei libri, ma anche saper fare un minimo di conto: confidiamo che la nuova ‘didattica a distanza‘ possa aiutare in tal senso a migliorare la futura classe politica. Anche perché fare peggio è davvero difficile.