Mese: Novembre 2022

Permacrisis e il Mito di Prometeo

Permacrisis: a leggerla così, con questo suono così ruvido, già si intuisce qualcosa di insidioso. E in effetti, secondo il dizionario Collins, questa è la parola che meglio rappresenta questo anno così balordo. Il neologismo in questione è dato dalla crasi di permanent (esteso, continuo, duraturo) e “crisis (instabilità, insicurezza). La parola migliore, dunque, per riassumere in un vocabolo quanto successo negli ultimi 12 mesi: dalla guerra in Ucraina, al cambiamento climatico, dal caro bollette alla pandemia ancora in essere, dall’instabilità politica (e qui gli anglosassoni sono diventati maestri) al maltempo, dall’escalation militare all’inflazione galoppante.

Dimenticato qualcosa? Può darsi. Rincuora solo che non si vedono ancora cavallette all’orizzonte e asteroidi volanti nell’universo. Permacrisis, a voler essere pignoli, non è del tutto una novità: coniato negli agitati anni ’70, solo oggi trova sua definitiva consacrazione. Ne avremmo fatto anche a meno. Ma è risultata la migliore definizione di questo anno così difficile e ci ha messo poco a sbaragliare la concorrenza delle altre parole in lizza. Tra le altre, (ma molte si riferiscono ad avvenimenti tipicamente legati alla società britannica), ne spiccano due, che, a mio avviso, ne sentiremo presto parlare: sportwahing e Warm Bank.

La prima si riferisce alla sponsorizzazione di eventi sportivi al fine di migliorare una pessima reputazione, o distrarre la opinione pubblica da modelli culturali controversi. Ho come la sensazione che sempre più Paesi “border line” si faranno promotori della diffusione dei sani valori dello sport, organizzando competizioni a livello internazionale.

La seconda invece indica un edificio pubblico come biblioteche, o scuole, dove le persone che non possono permettersi di pagare le bollette andranno a riscaldarsi. Temo allora che il mito greco di Prometeo, per cui “la cultura è il fuoco della conoscenza, sia stato un po’ travisato.

Trento libera nos a malo (2 di 2)

Breve riassunto dalla puntata precedente: l’Italia non sa fare più figli, di conseguenza diminuisce sostanzialmente di anno in anno la base dei lavoratori attivi, ovvero, coloro che permettono agli anziani di ricevere la pensione, allo Stato di erogare i servizi e in generale alla comunità di vivere mediamente bene. È necessaria una inversione di tendenza poiché si è dimostrato che la vitalità demografica è la variabile più impattante sul benessere sociale ed economico di qualunque Paese: in Italia le cose vanno male perché siamo in ritardo un po’ su tutto, dall’uscita dal sistema scolastico, all’ingresso nel mondo del lavoro, fino al diventare genitori. In questo scenario parecchio desolante, tenuto faticosamente a galla, almeno nel passato, da copiosi flussi immigratori, (che tuttavia hanno determinato problemi sociali di integrazione), c’è una piccola provincia in controtendenza a farci ancora sperare: Trento. Fine del prologo. Trento è una provincia autonoma, e quindi gode di maggiori risorse, ma poiché tutte le altre regioni a statuto speciale hanno avuto risultati allarmanti di denatalità, non è un problema di dotazione. Il problema è di cultura sociale. Vediamolo. Nella provincia del Concilio, si sono potenziati i servizi per l’infanzia, ad esempio istituendo una capillare rete di asili nido comunali e familiari (Tagesmutter), le politiche di welfare a carico delle aziende e non da ultimo, gli aiuti economici alle famiglie con figli, con la introduzione della “dote finanziaria giovani e natalità” , ovvero la  possibilità di ottenere un contributo alla nascita (o adozione) di figli, volto all’estinzione totale o parziale di prestiti bancari contratti con le banche convenzionate. E i numeri parlano chiaro: nella provincia trentina, è cresciuto un orientamento familiare positivo. Negli ultimi dieci anni, le famiglie con 3 figli rappresentano già il 15% delle coppie con discendenti, rispetto alla media nazionale del 10%.  L’ Istat, per il prossimo quinquennio stima per la provincia trentina un numero di nascite che da poco più di 4mila all’anno passerebbe a 5mila nello scenario mediano e  supera persino le 6mila in quello più favorevole, (+50% circa di crescita nelle migliori delle ipotesi!). Non da ultimo, se cresce il numero dei figli, cala anche il numero dei c.d. Neet (Not in education, employment, or training), ovvero quei giovani che non studiano e non lavorano e questo numero è già sensibilmente più basso rispetto alla media nazionale. Guarda caso, anche il tasso di occupazione femminile è non solo il più alto in Italia, ma allineato con i migliori standard europei. Trento rappresenta quindi una eccellenza continentale, ma soprattutto dimostra che con un po’ di programmazione, possiamo “ripopolare” il Paese. Cruciali allora saranno i prossimi cinque anni per 2 ragioni. La prima è che abbiamo una clamorosa occasione con i Fondi Next Gen Eu (spendibili entro il 2026) e la seconda è legata all’evoluzione della struttura demografica: più il tempo passerà senza invertire il trend e più diminuirà la base di popolazione in età riproduttiva. Che allora l’esempio di Trento ci liberi da questo male e speriamo che induca sempre più amministrazioni “alla tentazione” di volerne importare o copiare il modello. Mica si fa peccato…

Angela Maria Scullica- Il ruolo del giornalista e il business model di una moderna casa editrice

Con l’avvento dei social, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e l’accelerazione dei processi di digitalizzazione avvenuta in questi ultimi due anni di pandemia, il mestiere del giornalista e il business model di una casa editrice si sono radicalmente trasformati.  Oggi ci si interroga sul nuovo ruolo che sta assumendo il giornalista in quella che è stata definita l’era digitale (cui ora possiamo aggiungere anche dell’intelligenza artificiale) e sulle caratteristiche che deve assumere una casa editrice per restare sul mercato. Le due questioni viaggiano infatti in parallelo perché entrambe partono da una realtà in cui le fonti di informazione sono cresciute in maniera esponenziale, tutti parlano e comunicano, le fake news circolano senza controllo e appaiono sempre più credibili.

Il modo stesso in cui funzionano i social presenta aspetti positivi ma anche negativi; tra essi due criticità hanno un impatto sociale considerevole: la prima è il cosiddetto “effetto bolla “sulle notizie che inducono, inconsapevolmente per chi ne è oggetto, certi comportamenti sociali e di consumo, la seconda consiste nel favorire la tendenza, peraltro umana, a raccogliersi in gruppi omogenei di pensiero, riducendo così il dialogo e gli scambi di pareri e opinioni divergenti a scapito del progresso delle idee e della conoscenza.

Bene, stando così le cose, cerchiamo innanzitutto di delineare quello che oggi sta diventando il ruolo del giornalista. E partiamo dicendo che, proprio per effetto di quanto detto sopra, questo ruolo acquisisce più importanza principalmente sotto due punti di vista. Il primo è nella difesa della democratizzazione del pensiero, in quanto il giornalista è chiamato a favorire lo scambio di idee, l’approfondimento e il confronto, tra gruppi, settori, correnti, professioni differenti in modo da cogliere quell’essenza sociale e innovativa che un mondo in continua evoluzione ha dentro di sé. Il secondo è nella funzione professionale di selezione, verifica e valutazione delle innumerevoli fonti oggi a disposizione, di gerarchizzazione corretta e ragionata e di sintesi dei fatti, degli eventi, degli scenari in evoluzione. Tutto ciò richiede da parte del giornalista una forte capacità comunicativa personale e di utilizzo del maggior numero possibile di mezzi di comunicazione; creatività e iniziativa anche nelle pubbliche relazioni, nell’organizzazione di dibattiti e convegni; una conoscenza informatica notevole che oggi si allarga anche ai software di intelligenza artificiale. E comporta soprattutto un atteggiamento morale ed etico nello svolgimento del proprio lavoro orientato a fornire al pubblico informazioni oggettive di qualità. E qui arriviamo a un punto fondamentale che accomuna il mestiere del giornalista a quello di una casa editrice al passo con i tempi: la reputazione e l’affidabilità che si conquistano sul campo attraverso la creazione di community intorno ad argomenti specifici e ben delineati, che condividono la mission e l’arricchiscono di contenuti. Community che si ascoltano e con le quali si dialoga in uno scambio continuo di idee, pareri ed opinioni. Questo è molto importante soprattutto in un mondo, come dicevamo all’inizio, dove l’eccesso di informazione circolante può creare confusione e disorientamento. Più le community si arricchiscono di conoscenza, più aumenta l’interesse a parteciparvi, creando connessioni e iniziative che contribuiscono ad accrescere le potenzialità e a sostenere lo sviluppo. In questo contesto la specializzazione sugli argomenti trattati, la capacità di affrontarli in tutti i molteplici aspetti filosofici, morali, sociali, ambientali, storici coinvolgendo esperti e realtà di vari campi, sono fondamentali elementi di forza ed una sfida che, per un mondo migliore, vale la pena di intraprendere.

 

 

Dopo aver conseguito all’Università Bocconi di Milano una laurea a pieni voti in Economia Aziendale con specializzazione in Finanza, inizia il suo percorso professionale come revisore dei bilanci in R.I.A., società allora facente parte del gruppo Bnl e si avvicina al mondo editoriale avviando collaborazioni con il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Il Mondo, Mondo Economico e Capital. Nel 1989 entra nel gruppo Mondadori dove si occupa, fin dal primo numero, dell’allora Giornale della Banca (dal 2000 BancaFinanza). Nel 2000, con il passaggio delle tre testate a Newspapermilano, società che faceva parte del gruppo che edita il quotidiano “Il Giornale”, viene chiamata a dirigere BancaFinanza e Giornale delle Assicurazioni. Nel giugno 2013 assume anche la guida di Espansione. Dal novembre 2015 al dicembre 2020 è direttore delle testate editoriali Le Fonti e responsabile dei canali tv asset e insurance. Attualmente è direttore editoriale di ILI Editore. Tra le sue attività vanno ricordate le diverse pubblicazioni specializzate in economia e finanza tra cui il libro “Europa oltre le Nazioni”, edito da Mimesis, le lezioni in materia di finanza internazionale, tenute all’Università di Torino.

Sabrina Cohen-La filantropia del domani è già cominciata oggi

Sostenere cause filantropiche che abbiano un percorso definito, processi chiari e trasparenti e un obiettivo raggiungibile è importante tanto quanto decidere di effettuare una donazione. Ridare alla comunità che ha contribuito al successo di una persona e contribuire alla risoluzione di un problema in maniera efficiente sono due delle spinte chiave e più facilmente riscontrabili tra filantropi e persone di buon cuore in Italia, come pure nel resto del mondo. La pandemia ha di certo modificato la vita di centinaia di milioni di persone nel mondo, ma ha anche solo che accelerato la voglia di contribuire alla risoluzione dei grandi problemi della Terra. Fino al 2019 molti si limitavano a pianificare lasciti, che avrebbero trovato esecuzione solo dopo aver concluso la vita terrena, ora, invece, si pensa più a qualcosa che possa dare le sue evidenze ora, quando siamo ancora in vita. Può sembrare un elemento banale, ma in realtà è cambiato negli ultimi due anni il modo in cui facciamo beneficenza: ascoltiamo maggiormente le idee dei più giovani, iniziamo a donare non solo per le emergenze, ma anche in progetti di più lungo respiro, i cui effetti saranno visibili solo a distanza di anni.

Chiediamo, soprattutto, maggiori informazioni su come vengano investiti i fondi e quanto – in termini percentuali – viene effettivamente investito in un programma e in quanto tempo si arriva, presumibilmente, alla risoluzione del problema, o come si può contribuire alla sua risoluzione.

Sono ancora tante le organizzazioni benefiche e le fondazioni che sostengono costi amministrativi e di gestione spesso esorbitanti, e questo va a discapito della buona riuscita dei programmi stessi.

Fortunatamente, sta crescendo però anche il numero di organizzazioni che, grazie ai grandi benefattori, riesce a coprire la stragrande maggioranza dei costi e favorisce il buon esito dei programmi. La fondazione UBS Optimus, ad esempio, creata da UBS oltre 21 anni fa su richiesta dei suoi clienti, opera e garantisce che il 100% delle donazioni ricevute siano destinate unicamente ai programmi filantropici della fondazione stessa. Ma fortunatamente abbiamo molti altri casi nazionali e internazionali ad ispirarsi allo stesso principio, penso ad esempio ai “Bambini del Danubio” di Trieste o “Con i Bambini” parte della “Fondazione con il Sud” di Roma, che operano seguendo la stessa logica dando chiarezza al fine delle donazioni. E sono solo alcune delle centinaia di organizzazioni che calcolano anche l’impatto sociale delle donazioni.

Il filantropo/a o in maniera più estesa qualunque benefattore/ice, è invogliato a dare, sapendo che il suo denaro verrà completamente destinato al progetto in esecuzione.

Nell’estate del 2014 – ben prima dell’arrivo di Instagram, TikTok, SnapChat e altre piattaforme social – Ice Bucket Challenge è diventato un fenomeno virale e globale. Dalla gente comune fino ai più importanti top managers delle maggiori multinazionali globali hanno deciso di versarsi addosso catini colmi di acqua e ghiaccio per raccogliere fondi per la ricerca e lo studio della SLA. Ai tempi furono raccolti globalmente oltre USD 220 milioni. Bene, a distanza di oltre 8 anni, anche grazie a quei fondi, la ricerca ha fatto passi avanti da gigante e uno dei medicinali messi a punto è stato approvato agli inizi di settembre dalla Food and Drug Administration, in USA. É un esempio pratico di come l’unione non solo faccia la forza, ma che se il denaro è veicolato su una causa e la ricerca di una soluzione, insomma focalizzato, si possano trovare soluzioni ideali per tutti.

 

E’ a capo della Client Strategy and Development di UBS WM Europe dal novembre 2020. E’ entrata in UBS a Zurigo nel 2012 e nel 2018 si è trasferita a NY per seguire lo sviluppo dell’area filantropica. Dalla fine degli anni 90 al 2011 è stata giornalista per testate italiane e internazionali come Bloomberg e Dow Jones/Wall Street Journal lavorando da Londra, New York e Milano, seguendo banche e assicurazioni a livello pan-Europeo.