Mese: Gennaio 2021

Davide Bleve-Passaggio Generazionale: non è solo questione di valori economici

Sebbene le aziende familiari siano note per la loro visione a lungo termine che ne garantisce la resilienza, alcuni recenti studi hanno tuttavia evidenziato come esse siano parimenti inclini a perseguire le “urgenze” imminenti che non riescono però a supportare la visione e gli obiettivi a lungo termine dell’impresa. Tale discrepanza tra aspirazioni di lungo termine e priorità a breve può mettere a rischio la conservazione della tradizione e dell’eredità familiare, nonché il capitale di famiglia. Ma come possono i leader delle aziende familiari ottenere il giusto equilibrio tra il breve e il lungo termine, considerando le peculiarità della propria organizzazione, in un mercato globale assai dinamico e caratterizzato da spinte socio-culturali forti? La risposta sta proprio nel coniugare al meglio quattro aree chiave: proprietà, governance, successione e strategia.

Secondo la Global Family Business Survey 2019 di Deloitte Private, tra 791 aziende familiari intervistate in 58 Paesi in tutto il mondo, poco più della metà ritiene che la propria organizzazione sia pronta ad affrontare le sfide future in termini di proprietà (59%), governance (51%) e strategia (54%), e solo il 41% ritiene di possedere efficaci piani di successione aziendale.

Non a caso, dalle colonne dell’Economist (24 ottobre 2020), tuonava l’accusa di resa del sistema italico per ricordarci che i bei tempi sono andati e che le grandi aziende ed i nomi noti sono ormai in mani straniere, probabilmente sottintendendo anche un’incapacità diffusa di progettare il proprio futuro e di guardare alla propria generazione come l’ultima che potrà efficacemente governare l’azienda di famiglia. A ben vedere non è proprio così, in quanto è possibile notare che le aziende famigliari – cuore vivo e pulsante del nostro Paese – ci sono, producono e si fanno sentire nella nostra economia che, nonostante tutto, da decenni si attesta tra le prime dieci nel Mondo. Il che non è poco se consideriamo l’estensione geografica del nostro mercato. Certo, un maggiore sforzo verso l’aggregazione, è noto, non guasterebbe e così pure un maggior coordinamento di obiettivi individuali della famiglia e quelli dell’azienda.

In questo senso, tutti i giorni raccogliamo segnali importanti di un percorso di maggiore consapevolezza che la crescita dell’azienda passa prima di tutto attraverso la crescita della azienda dall’interno, vale a dire dalla famiglia. Sempre più spesso stiamo osservando aziende famigliari che intraprendono percorsi di definizione dei propri valori interni e di separazione di questi dalla gestione aziendale. Talvolta, per continuare a crescere con stimoli costanti, occorre che l’azienda possa muoversi in via autonoma rispetto alla famiglia mentre questa si interroga per tempo su un corretto piano di continuità, anche in momenti difficili. Nella mia attività riscontro sempre più frequentemente imprenditori sedersi al tavolo con una domanda fondamentale: come posso garantire che l’azienda non sia dipendente dalla mia persona: vale a dire, come posso garantire la continuità d’azienda facendo leva sui valori comuni condivisi dal mio personale? Non c’è una risposta univoca. Ritengo tuttavia che un buon punto di partenza sia stabilire un procedimento che faccia chiarezza sui valori aziendali fondanti, in modo che siano poi tramandati, secondo un insieme di accordi e di strategie comuni, da coloro che la famiglia avrà saputo individuare (che siano interne o esterne al nucleo famigliare). Sono dell’idea che sia più importante il processo di individuazione degli obiettivi e dei risultati che non i risultati stessi. Perché è nel processo di individuazione dei valori e degli obiettivi comuni, appunto, che si matura la volontà di guardare oltre la generazione o le generazioni che siedono al “governo” dell’azienda.

Smart Working, ma con moderazione

Dopo un anno da forzati “smart workers” in casa, l’aneddotica su situazioni di imbarazzo causate da rumori molesti (chi ha bambini piccoli sa di cosa parlo), spazi angusti trasformati in postazioni di lavoro, connessioni che vanno e vengono, incapacità di alcuni utenti nell’utilizzo del mezzo tecnologico e riunioni on line con abbigliamenti stravaganti, si arricchisce ogni giorno che passa e possiamo finalmente fare qualche primo bilancio.

A dir la verità sono già numerosi gli studi di prestigiosi atenei, società di ricerche specializzate, fino ad arrivare agli Istituti di vigilanza nazionale redatti per capire gli effetti dello smart working e immaginare come sarà il mondo del lavoro del futuro, una volta che torneremo (finalmente) alla “normalità”. Ma andiamo con ordine. Lo smart working piace. Solo nel nostro Paese, più di 8 milioni di lavoratori hanno potuto stabilmente lavorare da casa (oltre il 40% del totale degli occupati). Anche dopo la prima fase dell’emergenza molte imprese tricolori hanno incoraggiato i propri dipendenti a lavorare alcuni giorni da remoto e sembrerebbero intenzionate anche per il futuro a proporre questa modalità di lavoro. Benissimo.

I maggiori vantaggi percepiti dai lavoratori riguarderebbero la contrazione del faticoso pendolarismo del passato, una maggior tutela della propria salute, un maggior tempo per la propria persona e per la propria famiglia.

I maggiori vantaggi invece percepiti dalle imprese sono soprattutto relativi all’abbattimento di costi di consumo (energia, manutenzione) e quelli (evitati) relativi agli interventi di riprogettazione degli spazi fisici, resi necessari dalle nuove disposizioni di legge.

È un win-win quindi? A vederlo così sì, ma passata la fase di iniziale euforia per la novità epocale che ha comportato e gli inevitabili imbarazzi della partenza, oggi affiorano i primi lamenti. Stiamo vivendo un abuso di calls, videocalls, meetings: il telefono e i vari dispostivi mobili suonano quotidianamente all’impazzata avvertendoci di riunioni e impegni digitali che si sovrappongono, si confondono, ci rispondono.

Qualcuno parla di “disturbo da eccesso di connessione”. Il pendolarismo giornaliero è stato sostituito da valanghe di mail e call a distanza. Non c’è più stacco tra lavoro e vita privata. Qualunque cliente o capo si sente legittimato a chiamarti nelle ore più strambe della giornata: la assenza di risposta per essere andati a prendere il figlio in piscina o la bambina a scuola non regge. La maggiore flessibilità invocata con il lavoro da casa è già diventata una prigione dorata: ai tempi della pandemia si lavora di più, con giornate che cominciano prima e non hanno mai un termine. Il rischio di arrivare “dopati da iperconnesisone” durante i residui momenti di svago, confinati solitamente nel dopocena, sta già incrinando vecchie e consolidate amicizie: personalmente ho cominciato a declinare questi inviti, il rischio di far fraintendere il fastidio per l’uso del mezzo tecnologico con quello della persona è altissimo.

Sarà tutto materiale per abili psicologi, di sicuro una professione che uscirà rafforzata da questa crisi pandemica, con una lista di potenziale clienti infinita. Arriveremo a rimpiangere gli usi e costumi della vita in azienda, anche se per anni sostenevamo che fosse la ragione principale del nostro malessere. Ora che nel comfort di casa possiamo avere la migliore tecnologia a disposizione, che potrebbe selezionare anche con chi interagire, rimpiangiamo il rischio di imbatterci nel collega sgradito alla pausa caffè alla macchinetta: del resto lamentarsi di un caffè scadente con qualcuno “dal vivo” ha sempre un gusto superiore rispetto ad assaporare la migliore qualità di “arabica” da soli. 

Maurizio Maccarini-Covid e riflessi sui livelli di governo e sul rapporto pubblico-privato

La diffusione del Covid-19 e le conseguenze sociali ed economiche della pandemia hanno riproposto, in forme nuove, due questioni che riemergono sovente nel dibattito pubblico: mi riferisco al rapporto tra i vari livelli di governo e al rapporto tra la sfera dell’azione pubblica e l’iniziativa privata.

Per quanto riguarda il rapporto tra i diversi livelli di governo, l’emergenza sanitaria prima e quella economica immediatamente dopo (o contemporaneamente) hanno fatto emergere – soprattutto nel nostro paese, ma non solo – un potenziale scollamento tra i diversi livelli di governo che ha rischiato più riprese di sfociare in una aperta conflittualità.

In alcune fasi il governo centrale è sembrato pretendere di avocare a sé competenze e responsabilità di natura decisionale e gestionale in materia emergenziale, sanitaria ed economica, in altre fasi è sembrato esigere una responsabilità diretta dei livelli di governo regionale e un maggiore coinvolgimento delle autorità locali, in particolare dei sindaci. Mi è parso di cogliere in questo senso più di una oscillazione tra i due estremi. Discorso analogo vale per le regioni e gli enti locali, con l’ulteriore considerazione che – trattandosi di una pluralità di soggetti – le loro oscillazioni si sono manifestate in modo asincrono.

Il dibattito che ha accompagnato le prese di posizione istituzionali ha amplificato l’ondeggiamento esprimendo, con poche eccezioni, un orientamento neo-centralista.

Passando velocemente ad osservare quando accaduto a livello sovrannazionale ed internazionale si possono osservare dinamiche simili, tanto l’OMS quanto la UE hanno oscillato tra momenti di preteso coordinamento dell’azione degli stati e momenti in cui hanno cercato di alleggerire le proprie responsabilità rimettendosi alle decisioni nazionali.

Il dibattito in questo caso ha seguito una dinamica opposta orientandosi nel senso di ribadire il diritto e la responsabilità degli stati nazionali. L’orientamento neo-centralista a livello nazionale è sembrato sfociare in vero e proprio neo-nazionalismo, con le bandiere appese ai balconi, e neo-statalismo, con tanto di peana ai paesi con regimi autoritari che avrebbero saputo gestire meglio la crisi controllando in modo più rigoroso il comportamento degli individui.

Questo neo-centralismo, neo-nazionalismo e neo-statalismo ha avuto un risvolto inevitabile nel rapporto tra pubblico e privato nel senso di orientare il dibattito, con poche eccezioni, verso una fascinazione per tutto ciò che è pubblico (nel senso di statale) e forti prese di distanza per tutto ciò che allo stato non appartiene.

Ma quali dovrebbero essere i criteri per l’allocazione di responsabilità tra i vari livelli di governo e tra pubblico e privato? Sembrano essere stati dimenticati decenni di dibattito in materia in cui si ammoniva di affidare al privato (profit e non-profit) la responsabilità prima delle iniziative sociali ed economiche riservando allo stato solo quei campi di intervento nei quali l’iniziativa privata ha dimostrato di non poter funzionare (sussidiarietà orizzontale e libertà di iniziativa economica), e si ricordava che è preferibile che le decisioni pubbliche siano prese il più vicino possibile ai cittadini, riservando ai governi centrali e alle istituzioni internazionali solo quegli interventi che i governi locali non sono in grado di svolgere (sussidiarietà verticale e federalismo).

Mi chiedo se un anno di emergenza sia sufficiente a cancellare dal dibattito più di cento anni di pensiero occidentale dove i temi della sussidiarietà, della libertà di iniziativa economica, della corretta allocazione di responsabilità tra livelli di governo hanno rappresentato un patrimonio comune – ancorché dibattuto – del pensiero cattolico, socialista e librale, vale a dire dei pensieri politici ed economici che hanno fondato il nostro paese, l’Europa e in ultima analisi l’intero occidente.

Termino con un monito di quello che considero uno dei più grandi maestri del pensiero occidentale “Il governo civile opera contro il suo mandato, quand’egli si mette in concorrenza con i cittadini, o colle società ch’essi stringono insieme per ottenere qualche utilità speciale; molto più quando, vietando tali imprese agli individui e alle loro società, ne riserva o sé il monopolio” (Rosmini A., Filosofia della politica, 1838).

L’elefante va fatto a fette

L’elefante va fatto a fette”. Era l’espressione tipica e salomonica con cui il mio grande capo soleva liquidarmi, ogni volta che mi presentavo al suo cospetto con un problema, a mio avviso troppo grosso, su cui non sapevo neppure dove cominciare e per cui chiedevo un consulto.

L’eredità più grossa che la pandemia ci ha lasciato e con cui dovremo imparare a convivere per anni, oltre alle conseguenze di carattere sociale e sanitario, almeno a livello economico si chiama debito pubblico: un elefante ingombrante e di dimensioni massicce che graverà sui bilanci economici di tutti i governi internazionali per anni.

Prima o poi una politica consapevole e coraggiosa dovrà tenerne conto e metterci mano. Appunto. Ma non penso che sarà una operazione di breve termine. Siamo ancora troppo alle prese con gli effetti economici della pandemia: la politica fiscale in primis e la politica monetaria (parzialmente) hanno svolto un ruolo chiave nel promuovere il rimbalzo del sistema economico e limitare i danni derivanti dalla perdita di domanda.

Rispetto agli errori della crisi finanziaria globale del 2008 abbiamo fatto passi da gigante, allora ci affidammo alla sola politica monetaria, questa volta, i governi dei mercati più sviluppati hanno rapidamente risposto con misure di sostegno per i privati (sotto forma di versamenti diretti) e per le aziende (sotto forma di garanzie creditizie e prestiti diretti), mentre l’economia globale crollava pesantemente.

In sintesi, già grande parte delle risorse dei bilanci pubblici sono state utilizzate per ridurre la probabilità di danni economici permanenti e per salvaguardare i posti di lavoro. E ulteriori misure verranno annunciate per fronteggiare eventuali nuove ondate di pandemia (almeno fino a che la campagna vaccinale darà risultati definitivi).

L’austerità tanto proclamata nel passato nella crisi del 2008 da organismi quali il Fondo Monetario Internazionale, oggi è assolutamente bandita: l’FMI ha anzi raccomandato di incentivare i consumi collettivi e rafforzare i programmi d’investimento per sostenere la ripresa con un frenetico ricorso alla spesa pubblica. Il rapporto debito pubblico/PIL dei paesi sviluppati ha raggiunto livelli che si erano toccati solo durante la seconda guerra mondiale.

Ma non c’è tempo ora di fermarsi: l’elevato debito pubblico sarà uno dei fattori macroeconomici principali che influirà sull’evoluzione dell’economia globale e sul ciclo politico dei prossimi anni. Forse decenni.

Se (nel caso) mio figlio tra qualche anno verrà a chiedermi suggerimenti su come abbassarlo, saprò già come rispondergli.