Mese: Maggio 2021

Vincenzo Soria-La passione per lo yachting non conosce crisi

E’ proprio così: ma non lo dicono i fortunati che da sempre trascorrono vacanze da sogno a bordo dei loro yacht, non lo dicono solo gli operatori di settore inevitabilmente dediti a stimolare investimenti in gioielli galleggianti… lo dicono i fatti: se dal 2009/2010 l’ambito ed elitario mondo della nautica ha vissuto prima una crisi e poi una lenta ripresa, negli ultimi 12 mesi ha dovuto inaspettatamente attivarsi per far fronte a un incessante aumento della richiesta di imbarcazioni.

Forse questa accelerazione poteva non considerarsi tanto “inaspettata”: a pensarci bene, uno yacht è libertà e al contempo un bene-rifugio, non dal punto di vista economico bensì sotto il delicato aspetto del distanziamento sociale che fino ad oggi non avevamo mai dovuto prendere in considerazione.

Lo sventurato Covid ha fatto nascere esigenze a cui non più di un anno e mezzo fa non avevamo dato importanza. Accantonando per un istante l’indiscutibile prestigio della barca e il piacere che essa possa dare a chi può permettersi di possederla, vivere a bordo di uno yacht consente di godere di tutti i privilegi di una vacanza di lusso senza necessità di stare a contatto con altre persone. Gli armatori sono soliti, e negli ultimi tempi ancor di più, allestire le barche con tutte le comodità delle loro abitazioni e oggi il mercato nautico (di lusso, naturalmente) consente anche gli extra benefit e tutti i comfort che si è soliti apprezzare nelle più prestigiose strutture alberghiere.

Per non parlare della caratteristica peculiare di uno yacht, ovvero l’essere itinerante: il nucleo familiare può spostarsi a proprio piacimento e beneficiare delle bellezze che la nostra grande Italia sa regalare…

Ecco che la ricetta perfetta anti-pandemia full inclusive è servita! Ed ecco spiegata la curva verso l’altro della domanda di imbarcazioni.

Morale: il mercato nautico è letteralmente sold out per quel che riguarda le disponibilità di unità per tutto il 2021 e con eccellenti impegni confermati per il 2022.

E così, una volta ancora, possiamo affermare che il mercato del lusso non conosce crisi ma anzi si affanna per far fronte a una crescente domanda di imbarcazioni.

 

Vincenzo Soria è fondatore di V Marine e V Marine France, official dealers Azimut Yachts nel centro-nord Italia, Francia e Principato di Monaco. Professionista nel settore nautico da oltre 20 anni si dedica con passione alla sua attività imprenditoriale. Il suo successo in ambito nazionale e internazionale lo hanno reso protagonista negli ultimi anni di una importante ascesa nel settore.

Di denatalità si muore

«Un’Italia senza figli è un’Italia che non crede e non progetta. È un’Italia destinata lentamente a invecchiare e scomparire», ha detto il premier Mario Draghi due settimane fa agli Stati generali della natalità.

E in effetti l’anno della pandemia ha determinato il record negativo di 404 mila nuovi nati, (dato più basso dall’unità di Italia ad oggi e il 30% in meno rispetto a 10 anni fa), con una proiezione per il 2021 ancora più drammatica. Il saldo nati-morti è pericolosamente negativo: ogni anno è come se perdessimo una città di medie dimensioni di 200 mila abitanti, (come Padova o Taranto per intenderci), ma nell’anno della pandemia abbiamo perso una città come Firenze. Siamo il paese “più di vecchi del vecchio continente”, con una età mediana di 47 anni.

Non si tratta solo di avere un Paese meno popoloso e le conseguenze sono molteplici e tutte estremamente pericolose. Quali gli effetti in termini economici?

Con una popolazione attiva in costante calo sarà ad esempio più difficile ripagare il nostro debito pubblico.

Con quello che ne consegue in termini di merito del credito. Ma non solo. Minor teste significa anche minor consumi. In media, ogni italiano spende all’anno 17.000 euro, negli ultimi 6 anni abbiamo perso 1,1 milione di popolazione: la moltiplicazione in termini di minor domanda aggregata è piuttosto facile…

La quota di over novantenni cresce sempre di più: è di certo un bene se non fossimo in recessione demografica: tra poco immaginare una sanità essenziale garantita a tutti e ancora gratuita sarà sempre più difficile.

Anche il sistema pensionistico è in forte tensione: negli anni ’90 i pensionati rappresentavano il 26%. Oggi sono già il 39% e nel 2050, agli attuali livelli demografici, il rapporto sarà del 60%. Impossibile pensare che i contributi versati dai lavoratori possano garantire la pensione a una fetta di anziani così elevata.

Stiamo assistendo a primi casi di spopolamento in numerosi piccoli comuni: garantire lì i servizi essenziali sarà sempre più difficile e anti-economico per qualsiasi governo che guiderà il Paese.

C’è urgenza dunque di invertire la rotta. Prima che il Paese si accasci su sé stesso in una morsa letale. Serve equilibrio intergenerazionale: le politiche demografiche sono investimenti, non costi.

In Italia c’è una media di 1,2 figli per donna e il Covid ha fortemente impattato sull’avvio di nuove gravidanze, effetti che continueranno a manifestarsi anche nel prossimo futuro.

Serviranno allora di certo investimenti su asili nido/scuola e aiuti in generale alle giovani coppie per l’acquisto della casa, come pure misure per sostenere l’imprenditoria giovanile e femminile.

Ben vengano anche sussidi, assegni unici per ogni nuovo nato e bonus bebè. Stiamo parlando del nostro futuro: è nell’interesse di tutti, a prescindere dall’età. E poi… fortunatamente la televisione di oggi ci sta già aiutando con tuttiquei programmi demenziali con tribune elettorali” (cit. Maestro Battiato). Sicuri che non ci sia altro di meglio da fare?…

 

 

Simona Morini-La società del rischio

Bisogna abituarsi, come società, alle situazioni straordinarie, come la pandemia e i molti altri rischi ambientali che si profilano all’orizzonte e questo richiede cambiamenti decisivi nelle istituzioni e nei processi decisionali. C’è bisogno di persone disposte a rischiare e di istituzioni che le incoraggino e supportino. L’innovazione richiede coraggio. La popolazione è stata sconvolta da una pandemia che ha minato la pretesa di immortalità cui pensava di avere diritto, in parte per ragioni psicologiche, in parte per ragioni culturali. L’avversione all’incertezza è insita nella psicologia umana e può essere superata solo con la conoscenza, con la capacità di valutare l’informazione e con lo spirito critico, che al momento non sono al centro del nostro sistema educativo, sempre più centrato su una malintesa “professionalizzazione”. Più siamo ignoranti (e il tasso di analfabetismo funzionale continua a crescere) e più abbiamo bisogno di certezze. E d’altra parte Internet, eliminando le forme di intermediazione culturale tradizionali e mettendoci di fronte a una enorme quantità di notizie e di opinioni contrastanti, aumenta il livello di incertezza, genera confusione e, alla fine, porta a una sfiducia generalizzata nelle istituzioni e nella cultura stessa.

Il welfare state ci ha consentito di raggiungere, in Occidente almeno, livelli di benessere e di tranquillità impensabili in passato. Il che ovviamente è positivo e auspicabile, ma ha i suoi effetti indesiderati. La tendenza ad assicurarsi contro ogni possibile avversità, compresi gli errori che possono verificarsi nella vita professionale, ha prodotto una cultura del “rischio zero” che si scontra con la realtà, in cui l’errore e il rischio sono ineliminabili. Ma ha anche tolto il “gusto” del rischio, che è un elemento fondamentale dell’innovazione scientifica e della capacità imprenditoriale. La ricerca ossessiva della sicurezza – parola chiave del nostro tempo – è una operazione politica di normalizzazione della società che, in un mondo complesso, caotico e incerto come quello prodotto dalla globalizzazione, ci trova del tutto impreparati agli inevitabili cambiamenti (e pericoli) che la globalizzazione comporta e di cui l’attuale pandemia non è che un primo esempio.

Le istituzioni, pensate e costruite per gestire situazioni ordinarie, si sono trovate in difficoltà nel gestire situazioni straordinarie. Se poi aggiungiamo le scelte che sono state fatte nella sanità e dalle industrie farmaceutiche – principalmente dettate da interessi economici e non dall’interesse per un bene pubblico importante qual è la salute – non vedo come si sarebbe potuto fare meglio. Nessuno sembra rendersi conto che stiamo entrando in un’epoca in cui le situazioni straordinarie saranno all’ordine del giorno: Ulrich Beck ha parlato di “società del rischio”, per cui servono cambiamenti decisivi nelle istituzioni e nei meccanismi decisionali, che dovrebbero dialogare tra loro ed essere più flessibili, interconnessi, e meno gerarchici. Questo desiderio onnipresente di “ritorno alla normalità”, senza analizzare le cause che ci hanno portati alla “cacofonia istituzionale” a cui abbiamo assistito nella gestione della pandemia e senza introdurre i necessari cambiamenti (che non possono essere che “sperimentali” e incerti, dato che si tratta di una condizione a cui non siamo abituati), mi sembra molto più pericoloso e molto meno giustificabile delle strategie a volte contraddittorie dei governi di fronte alla pandemia. Non imparare dagli errori mi sembra molto più grave che commetterli.

La tutela dei diritti, della sicurezza e del benessere è molto difficile nelle situazioni di emergenza che, per molti aspetti, ricordano la guerra. Qualsiasi violazione dei diritti resa necessaria da una emergenza deve essere giustificata e temporanea. Il contact tracing adottato nei paesi asiatici, ad esempio, è probabilmente l’unico strumento che ci consente di superare il dilemma etico che contrappone la difesa della salute alla difesa dell’economia. Ma un sistema di contact tracing può essere progettato in modo più o meno rispettoso del diritto alla privacy e dovrebbe fornire garanzie di essere una misura temporanea. E questo non può essere fatto senza affrontare una volta per tutte il problema della proprietà dei dati e del rispetto della privacy, che va ben oltre le misure temporanee che potrebbero essere richieste per tenere la pandemia sotto controllo.

Sentiamo spesso la frase “decideremo secondo i dati” che non vuol dire niente se non sono assolutamente trasparenti le regole e i criteri con cui i dati sono stati raccolti. Basta per esempio definire in modo diverso i “decessi per Covid” per alterare completamente la percezione della situazione. Per non parlare dei tanti altri modi in cui, con i dati, si può “mentire dicendo la verità”. Ricorrere ai dati, che la maggioranza ritiene “oggettivi” anche se di fatto è facile che non lo siano, tranquillizza tutti.

Servono “avventurieri”, nel senso positivo di “persone che amano rischiare e percorrere strade nuove”. È un momento di passaggio dove non possiamo fare previsioni, dove dobbiamo continuamente confrontarci con situazioni incerte. C’è bisogno di coraggiosi, non di conservatori che rimpiangono il passato. Certezze non ce ne sono. Ma ci sono opportunità. Temo però che non ci sia ancora una cultura politica, economica e istituzionale che li sostenga e li incoraggi ad andare avanti. Al contrario, nella maggior parte delle istituzioni – università compresa – è premiata la normalità e il conformismo. L’innovazione che è oggi necessaria e che è ovunque invocata – richiede il coraggio delle persone, ma anche il coraggio delle istituzioni.

 

Docente di “Teoria delle decisioni” e di “Filosofia” allo IUAV di Venezia.

Ha pubblicato recentemente “Il rischio. Da Pascal a Fukushima”, Bollati Boringhieri, Torino

Tanto, statisticamente piove

Ripresa” d’intorno, brilla nell’aria, e per li campi esulta, sí ch’a mirarla intenerisce il core. (semicit.).

Non me ne vorranno gli estimatori di Leopardi (mi auguro) se prendo a prestito una sua celebre poesia dedicata alla primavera, riveduta e corretta. Ma è innegabile che come tutti noi, costretti in casa da più di un anno e smaniosi di respirare questi scorci di primavera finalmente fuori, alla stessa maniera i mercati vogliono poter festeggiare i primi scampoli di ripresa economica.

L’economia mondiale torna a correre, trainata dagli Usa, ma anche dall’economia europea (persino quella italiana!) date in forte rialzo: le previsioni UE hanno rivisto all’insù le stime fatte nello scorso inverno, e se tutto andrà bene a fine 2022 si tornerà ai livelli pre-crisi (ma di questo ne parliamo magari la prossima settimana).

Si festeggia? Macchè… non si fa nemmeno tempo ad aspettarsi che i mercati schizzino all’insù, che invece collassano tramortiti dalla notizia dell’inflazione galoppante.

Insomma, i mercati hanno preferito vedere il bicchiere mezzo vuoto, rispetto a quello mezzo pieno.

Ma cosa è successo veramente?

L’inflazione americana (vero termometro internazionale) si è infiammata lo scorso aprile: prezzi al consumo saliti del 4,2% sull’anno scorso, (maggior balzo dal settembre 2008) e ben oltre le già spaventose previsioni del +3,6%. E poiché l’andamento dei mercati finanziari è strettamente legato al tema dell’inflazione, i mercati hanno sperimentato un forte sell off (vendita massiva) in settimana. Un po’ come se decidessimo di uscire a fare un picnic con la famiglia sul prato verde e sotto il cielo azzurro e un improvviso quanto violento temporale ci cogliesse completamente di sorpresa.

Ma dopo la tempesta spesso viene il sereno. E questo potrebbe essere appunto anche il caso dei mercati, anche se dovremo aspettare un po’ di tempo per capire se è stato solo un violento temporale o l’inizio di una grandinata.

Guardiamo la situazione specifica, i prezzi in America sono saliti un po’ in tutti i settori: materie prime, energia, combustibili, auto usate (che negli USA è un barometro particolarmente affidabile sull’inflazione).

Il problema è che il dato di oggi si confronta con quello di aprile dell’anno scorso, dove l’inflazione era collassata a causa degli effetti dei lockdown. Insomma, è ovviamente una distorsione statistica. (o almeno dovrebbe essere). Il problema è che il mercato vive su dati statistici e la maggior parte di movimenti in acquisto e in vendita di titoli e/o strumenti finanziari avviene sulla lettura del freddo numero.

Le autorità monetarie (Fed in primis, ma anche la nostra BCE) hanno invitato a mantenere i nervi saldi e che probabilmente si tratta di una lettura sbagliata del dato.

Il mio vecchio amministratore delegato, (uomo molto pragmatico), mi ripeteva spesso una frase divenuta cult, quando ero io in azienda l’addetto della comunicazione finanziaria e dovevo ingegnarmi per spiegargli le bizzarrie dei mercati finanziari. Mi ascoltava, mi guardava serioso e mi diceva: “Tutto chiaro. I mercati finanziari si affidano alla fredda lettura dei dati statistici. Peccato che un uomo con la testa nel forno e i piedi nel congelatore, solo per la statistica sta mediamente bene…”.

A distanza di anni, la trovo ancora una frase illuminante.

Claudia Tani-La nuova veste strategica della filantropia

La filantropia evoluta del XXI secolo funziona con strumenti sofisticati. Le iniziative private finalizzate al miglioramento della qualità di vita delle persone o al raggiungimento di obiettivi di interesse generale si muovono ormai sulla base di progetti dettagliati che includono soluzioni di gestione variegate e valutazioni numeriche dell’impatto. L’approccio è strategico-manageriale, ma al contempo d’impronta fortemente relazionale: non può non esserlo, quando si tratta di sostenere cultura, istruzione, progresso sociale, salute.

Nata in epoca ellenistica come “amore per l’uomo”, fiorita in età romana con Cicerone, come ideale di formazione ed educazione dello spirito finalizzato a far progredire l’umanità, la filantropia assume oggi un ruolo crescente nella costruzione di un sistema di welfare society.

Nel mondo oggi la filantropia muove complessivamente 1.500 miliardi di dollari, veicolati in prevalenza ancora attraverso le fondazioni, 260.000 in 36 paesi (Global Philanthropy Report, UBS). Il 60% di queste si trova negli Stati Uniti, il 37% in Europa. Quasi i tre quarti (72%) di quelle esistenti sono nate negli ultimi 25 anni.

Cosa determina una crescita così significativa del ruolo della filantropia e dunque del terzo settore? Quali sono le motivazioni, i nuovi attori e i nuovi strumenti?

Il cambio di passo trova la sua origine nella necessità degli UHNWI [gli ultra ricchi, coloro che hanno un patrimonio personale netto di almeno 30 milioni di dollari] di restituire alla comunità una parte della loro ricchezza e soprattutto nei nuovi valori che sottendono le scelte e le iniziative economiche, finanziarie e sociali dei millennial e della prossima GenZ, anche in ambito non profit: investimenti a impatto per un futuro migliore del mondo.

A ciò si aggiunge un maggiore potere economico delle donne, mediamente più propense degli uomini a promuovere il cambiamento sociale. Secondo il Centre on Wealth and Philanthropy del Boston College, l’altra metà del cielo erediterà il 70% dei 41 trilioni di dollari di trasferimenti intergenerazionale nei prossimi 40 anni. Come mai nella storia, il numero di donne nelle liste dei miliardari sta crescendo. Dato il loro controllo su una parte rilevante della ricchezza, cambia il volto della filantropia. Le donne si muovono in orizzonti di maggiore generosità e cercano spesso un coinvolgimento più profondo nelle cause che sostengono. E la filantropia strategica è appunto una tendenza consolidata e crescente fra le cosiddette High Net Worth Givers.

L’affermazione di questi valori e del credo “impact first”, impone nuove forme e modalità di sostegno e sviluppo al terzo settore. In passato, le organizzazioni non profit vivevano in una logica basata solo sul flusso di cassa. Il modello consisteva fondamentalmente nella raccolta di fondi destinati a una causa sociale (mezzi che finanziano l’operatività), senza porre l’attenzione su dinamiche asset based, ovvero sulla capacità di generare crescita in ottica imprenditoriale.

Per una crescita economicamente sostenibile nel tempo e per ritorni evidenti in termini d’impatto, occorrono strategie di business, capacità manageriali, formazione, comunicazione e relazione con gli stakeholder. Non ultime, pratiche di social finance, ovvero di reinvestimento degli utili in nuovi progetti. Ciò porta con sé la necessità di saper utilizzare gli strumenti finanziari. Tutto questo oggi è l’immenso capitale della filantropia, un asset dalla potenzialità trasformativa notevole.

Il trend si conferma anche in ambito culturale.

Arte e cultura sono il collante invisibile che tiene unita più o meno consapevolmente la società, che mantiene connesse le persone, dando voce al pensiero critico nei processi di cambiamento.

Nel 2018 negli Stati Uniti sono stati donati 428 miliardi di dollari, di cui si stima che 292 miliardi arrivino da privati (+21% dal 2008). Il comparto arte e cultura ne ha beneficiato per 19.5 miliardi (TEFAF ART REPORT 2020).

L’incremento del sostegno privato a favore dell’arte deriva anche dalla necessità di compensare i sempre crescenti tagli della spesa pubblica a favore di questo comparto, fino a supplire, in alcuni casi, alla totale assenza di risorse pubbliche.

Ma quali sono i modelli di filantropia oggi più utilizzati?

Esistono modelli cosiddetti più puri, dove la donazione non ha alcun ritorno economico, tipicamente il caso delle fondazioni o dei DAFDonor Advised Fund. Vi sono poi i modelli cosiddetti di “venture philanthropy”, ovvero con ritorni previsti in termini sociali ed eventualmente anche finanziari. Si tratta dei modelli detti di impact investing, oggi a tutti gli effetti considerati una nuova asset class. L’obiettivo è comune: incrementare la base monetaria disponibile per sostenere i futuri investimenti, rendendo le organizzazioni non profit capaci di generare utili e quindi autosufficienti.

Per quanto riguarda le fondazioni, tra i modelli più innovativi (anche in ambito culturale) vi è la fondazione di comunità. Nei primi anni del XX secolo, le fondazioni di comunità furono create per separare la gestione dei fondi nei trust dall’utilizzo degli utili prodotti da quella gestione patrimoniale. Le prime nacquero da fondi donati – endowments – da persone che dopo la loro morte intendevano restituire alla propria comunità parte del loro benessere (“give back”). Oggi questa tipologia può essere considerata un efficiente intermediario filantropico locale, con persone, risorse, donatori, asset e capitale sociale, tutti locali. È un attivatore di competenze pubbliche e private, si fonda su un’organizzazione snella e indipendente, con proprietà diffusa. L’obiettivo è lo sviluppo sostenibile del territorio e della sua comunità.

Un altro fenomeno in forte crescita in ambito filantropico è il crowdfunding. L’impatto della tecnologia è qui evidente. Anche il crowdfunding è fondato principalmente sull’impegno collettivo nel mettere a disposizione risorse, reti e idee. Usato fondamentalmente dalle associazioni senza scopo di lucro, vi ricorrono anche artisti indipendenti, start up e altre realtà. Utilizza molto la leva dei social e può contare su influencer e stakeholder che ne sposano la causa.

La varietà dunque degli strumenti disponibili e la facilità di accesso dovrebbero stimolare le iniziative filantropiche e indirizzare le donazioni, comprese quelle di persone dotate di importanti patrimoni personali o familiari. I tempi insomma sono maturi per un nuovo trend.

Si tratta di una funzione importante anche per un paese come l’Italia in cui la frammentazione del mondo non profit, una certa diffidenza per i grandi gesti filantropici e uno Stato che fa fatica a sostenere l’iniziativa privata, non hanno incoraggiato il passaggio da una ricchezza personale a una della comunità.

 

Socia di We Wealth, editore e marketplace dedicato al Wealth Management, gestisce all’interno la divisione Pleasure Asset, dedicata al collezionismo inteso come asset class. Ne fanno parte una redazione giornalistica, un team dedicato allo sviluppo di progetti editoriali e uno focalizzato sulla gestione della piattaforma digitale.

 Laureata in giurisprudenza e avvocato, vanta un’esperienza pluriennale in comunicazione istituzionale per grandi aziende industriali, start up e società quotate.

Toglieteci tutto, ma non il costume

Ricordo ancora quando anni fa si entrata in ristoranti chiassosi, avvolti (e travolti) da una nube di fumo: nella sala centrale, più o meno ordinatamente seduti (il budget del resto era quello che era..), una moltitudine di persone consumava amabilmente lauti pasti, mentre il compagno di tavolo, o peggio ancora il suo vicino, si concedeva una sigaretta digestiva.

Poi si fece una legge che bandiva dai locali pubblici il fumo.

Molti scommisero su una pronta e costante disapplicazione della norma, invece, 16 anni dopo, gli Italiani si son dimostrati non solo particolarmente virtuosi nell’osservanza della legge, ma hanno ridotto di circa 1 milione la popolazione dei fumatori ( con contestuale riduzione della spesa sanitaria associata, vero obiettivo della legge).

Ora lo stato insegue un altro sogno (qualcuno pensa tuttavia che sia una chimera): diventare un Paese totalmente cashless (senza contate) in 5 anni e a dire il vero, numerosi incentivi sono stati già promossi: cash back, lotteria degli scontrini e detrazioni fiscali su operazioni tracciabili, su tutti.

Quale è l’obiettivo?

Ovviamente contrastare l’evasione fiscale e abbattere quel “nero” che sfugge ancora al Fisco.

Il cashback e la lotteria degli scontrini sono ancora in fase sperimentale, ma i primi numeri sono interessanti: fino ad adesso 6,5 milioni di italiani si sono iscritti al cashback, di cui la metà è già attiva, sono state già effettuate mezzo miliardo di transazioni e i rimborsi effettuati sono stati pari a 223 milioni di euro (il governo aveva stanziato 227 milioni). Si sono già segnalati anche casi di “furbetti del cash back”, ma correttivi alla manovra sono già in atto.

Un recente studio di Intrum (società nel mercato dei servizi finanziari) dichiara che ancora 1 italiano su 2 (52% per l’esattezza) considera temerario, per non dire risibile il progetto cashless.

Però l’altra metà ci crede e bel il 22% del campione è ottimista che la trasformazione avvenga addirittura in due anni.

E se oggi per comprare un giornale o bere un caffè risulta quasi sinistra la richiesta di pagare con carta elettronica, nell’era degli smartphone e dei “wearable payments” ci abitueremo presto a completare i nostri acquisti, anche per importi ridotti, per via elettronica.

Un po’ come la pubblicità di qualche anno fa di un tizio che girava solo con un costume addosso e una portentosa carta di credito in mano che gli permetteva di soddisfare tutti i suoi impulsi d’acquisto. Mi auguro che per allora, se ci avremo guadagnato per facilità di pagamento, non ci perderemo in eleganza e buon costume. Appunto, per restare in tema…

Nicolò Briante-Recovery Fund: l’opportunità per creare la Sanità 2.0?

Mario Draghi non ci gira attorno, anche perché la lezione del Covid è ancora di fronte ai nostri occhi: “Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità. Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale”. Se la trincea degli ospedali in qualche modo ha tenuto è quella al di fuori che non ha retto all’onda d’urto, per questo per il nuovo premier, la “casa” dei pazienti deve diventare il “principale luogo di cura”. Una rivoluzione oggi possibile grazie alla “telemedicina” e all’”assistenza domiciliare integrata”.

 C’è molta attesa sugli effetti che porterà il Recovery Plan, il piano italiano di rilancio del Paese che sarà finanziato con i fondi europei e che prevede progetti complessivi per oltre 200 miliardi di euro. Un focus all’interno di questo piano è dedicato alla «salute» cui sono dedicati interventi per quasi 20 miliardi di euro. Diverse sono le componenti che riguardano questo ambito e mirano a migliorare la sanità italiana sfruttando l’impiego delle nuove tecnologie. Si tratta di un’opportunità che in altri Paesi ha già trovato terreno fertile e che sta già mostrando i primi frutti. 

In questo senso, la prima delle tante componenti previste dal piano italiano riguarda l’«Assistenza di prossimità telemedicina». «È finalizzata a potenziare e riorientare il SSN verso un modello incentrato sui territori e sulle reti di assistenza socio-sanitaria; a superare la frammentazione e il divario strutturale tra i diversi sistemi sanitari regionali garantendo omogeneità nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza – “LEA”; a potenziare la prevenzione e l’assistenza territoriale, migliorando la capacità di integrare servizi ospedalieri, servizi sanitari locali e servizi sociali.

La seconda componente, «Innovazione dell’assistenza sanitaria» «è finalizzata a promuovere la diffusione di strumenti e attività di telemedicina, a rafforzare i sistemi informativi sanitari e gli strumenti digitali a tutti i livelli del SSN, a partire dalla diffusione ancora limitata e disomogenea della cartella clinica elettronica. Rilevanti investimenti sono quindi destinati all’ammodernamento delle apparecchiature e a realizzare ospedali sicuri, tecnologici, digitali e sostenibili, anche al fine di diffondere strumenti e attività di telemedicina».

 Il Covid ha evidenziato lacune e ritardi nella digitalizzazione e nella carenza sul territorio del nostro sistema sanitario. La nostra idea imprenditoriale (D-Heart) vuole potenziare proprio l’assistenza territoriale, è perfetto per la sanità di prossimità e si sposa bene con il progetto di aiutare gli operatori sanitari preposti alla gestione di cronici e fragili nella quotidianità: medici di famiglia, farmacie e infermieri del territorio per eseguire la diagnostica di base così da decongestionare le strutture ospedaliere e migliorare il monitoraggio sul territorio di fragili e cronici.

In quest’ottica ci sono stati segnali positivi dal governo che ha stanziato tramite decreto 235.834.000,00 Euro per potenziare l’ambulatorio del medico di famiglia con l’acquisto di apparecchiature diagnostiche di primo livello, per la telemedicina nei piccoli centri urbani come strumento per incentivare le visite specialistiche a distanza (ad esempio telecardiologia nelle farmacie rurali). Infine, con la legge di Bilancio è stata introdotta a pieno titolo nel sistema sanitario nazionale la telemedicina intesa come telemonitoraggio, televisita e teleconsulto quindi si apre l’opportunità di seguire a distanza pazienti cronici e fragili che sono rimasti isolati durante il Covid anche tramite i livelli essenziali di assistenza del SSN. Da ultimo il Recovery Plan, con i suoi 20 miliardi di euro per la sanità, rappresenta per l’Italia un’occasione da non perdere per salire sul treno del medtech e accelerare la trasformazione digitale verso un modello connesso di sanità, orientato al territorio e alla continuità di cura tramite soluzioni di Telemedicina e Homecare. Farmacie, medici di base, case della salute e centri analisi piccoli ma distribuiti capillarmente sul territorio possono essere tutti perni di questo nuovo ecosistema. La crisi (quella pandemica ed economica) può davvero trasformarsi in un’opportunità unica e accelerare la transizione digitale delle aziende. In cuor mio mi auguro che in questo nuovo scenario le istituzioni, la politica, il mondo delle imprese e degli investitori possano trasformare l’Italia (e perché no, anche la Liguria) in un terreno fertile per le startup, consentendone una crescita sia in termini di fatturato che di forza lavoro.

 

Nicolò Briante è con Niccolò Maurizi fondatore della start up D-Heart® : primo elettrocardiografo made in Italy per smartphone e tablet, facile da usare, clinicamente affidabile. Permette a chiunque di realizzare un ECG di livello ospedaliero in totale autonomia, in qualsiasi momento e ovunque si trovi. L’azienda genovese è stata fondata nel 2015 mentre entrambi i fondatori erano ancora studenti dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia. Maurizi è un giovane medico ricercatore in cardiologia. Quando aveva sedici anni, fu colpito da un infarto miocardico. Decise di diventare medico e trasformare il suo problema in un’opportunità. Grazie all’aiuto e alla competenza “del suo vicino di stanza” Briante, creò D-Heart. Il motto dell’azienda è: “Move data not people”». Oggi D-Heart® è disponibile in più di 32 paesi di 4 continenti nello sviluppo di campagne di screening cardiovascolare accessibili e orientate all’utente grazie all’utilizzo di tecnologia smartphone.

Allegro ma non troppo: forse c’è speranza

Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti. Questa certezza non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia negli italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà, alla responsabilità”.

Così il premier Draghi ha concluso la presentazione del PNRR alle Camere, il piano per intenderci su cui si sta giocando il futuro del Paese.

Abbiamo 248 miliardi di motivi perché l’Italia possa sconfiggere i suoi mali storici, i suoi ritardi e le sue inefficienze, il clientelismo e le sue storture burocratiche. Il Piano è stato iper-dettagliato in obiettivi e tempi di realizzo: un obiettivo di Pil del 3,6% in più per anno, quasi 50 miliardi destinati alla digitalizzazione, all’innovazione, alla competitività e alla cultura, circa 70 miliardi per la transizione ecologica, 31 miliardi per infrastrutture e trasporti, quasi 32 miliardi per l’istruzione, 22 miliardi per il lavoro, 18,5 miliardi per la nuova sanità, 1,8 miliardi per il turismo e infine 4,6 miliardi per costruire nuovi asili nido e scuole materne.

Ma questi sono solo numeri. Il premier è consapevole che oltre a tabelle, grafici, iperboli e algoritmi, “l’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri, non sorgeranno degli uomini disinteressati, pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune».

E forse volontariamente ha sdoganato una parola di senso dispregiativo in un contesto così istituzionale come quello del Parlamento: “stupidità”.

Vinceremo, se sapremo imporci sulla nostra balordaggine e ottusità nel considerare e vivere la “res publica”.

Mi viene mente allora un saggio suggeritomi poco tempo fa da un amico, di un fine economista (Carlo Cipolla) che alla stupidità ha dedicato un libro (Allegro ma non troppo), arrivando ad enunciarne persino le sue leggi fondamentali.

Per farla breve, delle cinque leggi postulate, due meritano a mio avviso attenzione:

3° legge della stupidità (detta anche aurea): “una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita”.

5°legge della stupidità: “la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Lo stupido è più pericoloso del bandito”.

Cipolla conclude scrivendo. «Lo stupido non sa di essere stupido. Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano self-consciousness. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita e il lavoro, farti perdere denaro, tempo, buonumore, appetito, produttività. E tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza ragione. Stupidamente».

Siamo davvero disposti a giocarci il futuro del nostro Paese per una stupidata?