Mese: Settembre 2020

Niente serietà siamo inglesi (semicit.)

Interrogato in parlamento sul perché la Gran Bretagna avesse ancora così numerosi casi di Covid rispetto a Italia e Germania , Boris Johnson ha replicato che questo dipendesse unicamente dalla loro mentalità più liberale rispetto a Italia e Germania, paesi che non hanno dovuto (per ora) adottare le misure restrittive londinesi. Apriti cielo! Anche il nostro (sempre mite) Presidente ha puntualizzato che anche noi amiamo la libertà, ma al tempo stesso anche la serietà e che le due cose non si escludono. E la risposta italiana è probabilmente anche piaciuta (e confermato) i mille dubbi sulla incoerenza della politica inglese degli ultimi tempi. Mi riferisco alla celeberrima saga chiamata Brexit, che più che una vicenda politica sta diventando una soap-opera. Ricapitoliamo un attimo: seppur il referendum di giugno 2016 avesse sancito la uscita inderogabile dall’Europa, la Gran Bretagna sembrerebbe ora non avere particolare fretta di assecondare il volere popolare.

Si era infatti deciso che prima di “lasciare il continente” (31 dicembre 2020), sarebbero stati concordati singoli accordi (soprattutto commerciali) bilaterali tra la Gran Bretagna e i vari Paesi della Unione Europea. Ma poi si sa, è arrivato il Covid e la Gran Bretagna si è trovata a dovere definire una nuova scala di priorità, prima tra tutte quella (purtroppo) di riconoscere per tempo che nessuna immunità di gregge avrebbe salvato l’Isola dal naufragio (sanitario). Così di colpo gli anglosassoni si sono accorti che rimanere nel Mercato Unico non è così male, purché non fossero costretti ad osservare quelle anacronistiche condizioni dettate dal “Trattato” che vieta ai singoli Stati di aiutare con sussidi statali le aziende nazionali. (ma non si era appena detto che erano liberali?). Sul temporeggiamento britannico, potrebbe aver avuto un ruolo anche il sostegno di Trump, da sempre infastidito dall’attivismo comunitario europeo e dall’agire economico disinvolto cinese. Un’Europa che perdesse via via i pezzi può averlo spinto a promettere favorevoli condizioni commerciali ai britannici, se avessero cominciato a sgretolare “il muro di Berlino”, ma sia la inaspettata reazione di forza della Commissione Europea con il suo Recovery Fund, sia il suo drastico calo nei consensi devono aver scombussolato (e di molto) i piani iniziali. Ma siamo ormai a ottobre e arrivano gli allarmi di numerosi uffici Studi: una uscita senza accordo sarà cinque volte più dannosa per la Gran Bretagna che per i Paesi Ue e sul lungo termine l’impatto sarà molto più devastante dell’epidemia di Covid-19. (Banca di Inghilterra lo stima in circa l’8% del Pil, ovvero 2.400 sterline per ogni cittadino, mentre il costo di Covid sarà dell’1,7%circa o 600 sterline per cittadino).

I latini avrebbero sintetizzato la vicenda con il detto “Sub lege libertas(solo sotto la legge c’è libertà). Ma si sa, lo studio del latino è faccenda che richiede molta serietà.

Paolo Gibello-Il ruolo del terzo settore nella ripartenza e le potenzialità del Paese

La ripartenza passa anche dal sapere esaltare e non mortificare le potenzialità che un Paese può esprimere.

In Italia il terzo settore puo’ esprimere questa potenzialità e diventare un motore per la ripresa.

In attesa che la riforma del terzo settore diventi finalmente realtà, la vera sfida per il futuro è quella di riuscire a creare degli enti in grado di generare valore perché questo possa essere reinvestito assicurando continuità operativa nel tempo e creando i presupposti per una ulteriore crescita sostenibile.

La contaminazione tra profit e non profit diventa quindi fattore distintivo di successo.

In questo caso contaminare non significa solo di attività di charity e di giving back o di costituire Fondazioni di imprese che peraltro possono offrire un contributo determinante nel territorio di appartenenza ed essere presenti nel momento del bisogno e dell’emergenza, sopperendo parzialmente a quanto il settore pubblico non riesce a fare, ma si tratta di contaminazione di talenti.

Non sempre infatti le professionalità presenti nel terzo settore riescono a esprimere capacità manageriali che consentano di estrarre tutta la potenzialità di valore. Parte di questo valore rimane pertanto inespresso. Per sopperire a questa lacuna il terzo settore deve diventare attrattivo per i talenti perché laddove i talenti sono presenti il successo dell’iniziativa è assicurato.

La sfida principale quindi sarà quella di garantire al terzo settore degli sbocchi professionali che siano di rilievo, per attrarre non solo coloro che sono animati dal senso del volontariato, ma anche dal senso del business e della crescita sostenibile nel lungo periodo.

In questo senso una chiave di volta è rappresentata proprio dal mondo universitario, chiamato ad aprirsi definitivamente verso nuovi orizzonti con piani di studio dedicati al terzo settore e a tutta la tematica della sostenibilità.

In un capitalismo che si sta gradualmente confrontando con un approccio “stakeholder“ rispetto al tradizionale approccio “shareholder”, confermato anche dalla creazione negli ultimi anni di ormai numerosissime società benefit, ben presto la sostenibilità sarà sulle prime pagine di tutte le agende dei CEO.

Guecello di Porcia e di Brugnera-Nihil est agricultura melius

Il settore primario sta ritrovando la sua importanza economica, sociale e ambientale per una serie di fattori che ne determinano la centralità nel contesto in cui viviamo. Con significativa evidenza e una certa preoccupazione, assistiamo ad un incremento costante della popolazione mondiale, negli ultimi 70 anni si è passati da 2.5 mld (1950) di persone agli attuali 7.8 mld, per arrivare, (almeno così si prevede) al 2045 con 9 mld e dato questo scenario, la domanda crescente di derrate agricole sarà una necessita a cui solo l’agricoltura potrà far fronte.

In questi anni l’innovazione tecnologia nelle macchine e attrezzi, la produttività per ettaro coltivato e la ricerca di nuove varietà di piante, cereali e leguminose hanno compensato l’impossibilità di mettere a seminativo terre ulteriori, con una urbanizzazione che continua (e continuerà) a sottrarre terre arabili. (Produttività 1960-2010 +200%, superficie complessivamente coltivata 1.5 mld di ha, stabile negli ultimi anni; rapporto Fao).

Senza entrare nel tema della distribuzione delle risorse (e relativi consumi) oggi bisogna pensare ad una agricoltura che sia equa (per chi ci lavora) e al tempo stesso che sia “sostenibile”. La sostenibilità, a mio avviso,  in tutti i comparti produttivi dovrebbe essere sociale, economica e ambientale. L’agricoltore opera su un territorio ampio, spesso non si nota, ma svolge un ruolo di importanza primaria nella società:  ci fa trovare sulla nostra tavola il cibo per il nostro sostentamento (funzione economica), utilizza il capitale umano di un dato territorio (funzione sociale) e si occupa della regimazione dei corsi d’acqua e del delicato equilibrio con l’ecosistema. (funzione ambientale).

Per molti anni si è pensato ad una agricoltura che fosse inquinante, destinataria di sussidi pubblici: le cose stanno decisamente cambiando. L’agricoltura moderna è polifunzionale, non ultimo il settore delle energie rinnovabili che ha trasformato molte aziende agricole in agroindustrie. Oggi l’agricoltura è meno impattante nel territorio dal punto di vista dei fitofarmaci necessari alla coltivazione e dell’utilizzo dell’acqua irrigua, (agricoltura 4.0) , genera prodotti di qualità organolettica eccellente e l’Italia è protagonista in questo ambito con 297 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc e Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, nonché la leadership europea nel biologico con oltre 60mila aziende agricole bio.  L’Italia è anche leader nella biodiversità. Sul territorio nazionale ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e 533 varietà di olive contro le 70 spagnole.

Non sono tutte rose perché il Belpaese, analizzando i dati macro, ha ancora una bilancia commerciale agroalimentare deficitaria (41,8 miliardi di euro nel 2018 di export, 44,7 miliardi di euro di import e per il comparto prettamente agricolo il divario è ancor più marcato con un disavanzo del 50%.

Questo è dovuto al fatto che in agricoltura si sta ancora lavorando per creare maggior valore aggiunto sui prodotti di base, è però necessario molto tempo perché si passi da essere produttori di commodity (senza avere le economie di scala e le superfici arabili necessarie per competere a livello globale) a produttori di prodotti ad alto valore aggiunto, salubri, certificati, sostenibili, qualitativamente eccellenti in tutti i comparti (ortofrutta, allevamenti, colture cerealicole, viticoltura , agro energia etc). I dati sono in costante miglioramento e le prospettive lo sono ancora di più. Tutto ciò lo si deve soprattutto a nuovo “capitale umano” che vede nell’ agricoltura una prospettiva di lavoro stabile, gratificante anche se molto impegnativo.

Dopo un lungo periodo a crescita zero, già nel corso 2012-2017 il settore agricolo ha registrato un incremento del 4% degli operai e del 6% delle giornate lavorate, tendenza confermate anche nelle previsioni future. Fra gli altri settori economici performance migliori erano state registrate solo dal turismo. E allora con entusiasmo confido in una nuova stagione che possa portare nuovi frutti e abbondati raccolti: del resto, questo, è proprio il compito della agricoltura..

Toglietemi tutto, ma non il mio mutuo

“Pasta, pizza, mandolino” è un tipico stereotipo per rappresentare noi Italiani all’estero. Ma non mi stupirei se qualche spiritosone straniero (un po’ più colto) ci aggiungesse anche “casa”.

Eh si perché l’italiano, a differenza degli altri popoli, è molto più legato alla città natale (abbiamo una mobilità sociale piuttosto ridotta) e molto legato al mattone, da sempre considerato bene rifugio delle famiglie italiane.

Ma seppur negli ultimi anni, i prezzi delle abitazioni (salvo rare eccezioni in Italia) si siano generalmente ridotti, lo strumento finanziario principe utilizzato per l’acquisto degli immobili (il mutuo) conosce ultimamente una vivacità indiscussa.

La pandemia del Covid-19 ha comportato interventi significativi di politica monetaria da parte della BCE. Il costo del denaro è un livello mai così basso e il programma PEPP della BCE ci dà ampia garanzia che tale livello rimarrà tale per un bel po’. Ma se il costo del denaro (la scorsa settimana l’Euribor 3 mesi è sceso a -0,48%) influenza il costo dei mutui a tasso variabile, il livello dei mutui a tassi fissi è definito invece dalle prospettive di inflazione (tassi Eurirs, di medio lungo periodo). Bene, oggi, a conti fatti, il TAEG (che tutti sappiamo cosa significhi) per un mutuo oscilla dal 0,35% (variabile) allo 0,5% (fisso) come migliore proposta del mercato(fatta dai vari istituti bancari nazionali) e nel rispetto di alcune condizioni in capo al prenditore. Tanto? Poco? Diciamo che storicamente i tassi non sono mai stati così bassi (con buona pace per chi rimpiange una valuta nazionale) e seppur ci sia ancora una minima differenza tra i due tassi considerati, oggi molte persone preferiscono orientarsi verso un mutuo fisso, nell’ottica di bloccare un costo certo nel lungo periodo e proteggendosi anche dagli effetti che il Recovery fund europeo dovrebbe comportare in termini di inflazione. Gli stessi concetti valgono anche per chi decide di rottamare il proprio mutuo surrogandolo con uno nuovo. Tutto chiaro?

Insomma, rifacendomi a uno slogan di una vecchia pubblicità: toglietemi tutto, ma non il mio euribor..

Stefano De Nicolai-Immuni serve, non serve o… non servirà più?

Apple e Google hanno da poco annunciato che nei loro nuovi sistemi operativi introdurranno una variazione al loro protocollo di ‘exposure notification’, permettendo così di ricevere notifiche di rischio contagio anche senza scaricare un’App. Ghiotta occasione per i suoi detrattori: “Ora Immuni diventa inutile!”. Clamoroso al Cibali! (cit.): tutto falso. Il nuovo aggiornamento dei due colossi digitali significa altro. Ma ci aiuta a dare qualche chiarimento sulla App italiana. Andiamo con ordine. Immuni è una App di ‘contact tracing’: traccia con riservatezza i contatti con altre persone, e ci avverte – in modo automatico e anonimo – in caso di contagio da Sars-Cov2 (purché chi abbiamo incontrato abbia a sua volta scaricato la App…). Il tutto funziona grazie ad un protocollo sviluppato da Google ed Apple insieme. Ora stanno aggiornando il sistema e introdurranno una funzionalità che invia la notifica anche a chi non ha installato l’App. Quindi, c’è poco da fare: se si vuole il contact tracing in Italia, Immuni serve (ancora).

Altra questione è: ma è davvero utile? In quanti devono scaricarla affinché funzioni bene? La App Immuni non è diversa da altre ‘digital platformcome, ad esempio, AirB&B o Uber. Ci interessa poco come funzionano: la loro utilità è proporzionale al loro livello di diffusione. La stessa questione circa il rispetto della privacy è un falso problema, ma di cui abbiamo una percezione distorta. Gli italiani vogliono percepirne l’utilità, sapere in quanti fra amici e colleghi la stanno usando. Tant’è che con l’aumentare dei contagi, sta aumentando il numero di persone che “magicamente” si convince dell’utilità di Immuni. In altre parole, vogliamo essere spaventati per convincerci della utilità della app. La gente ha poche informazioni su cosa succede attorno, non sa – a differenza di quel che avviene, per esempio, su Facebook – quante persone attorno l’hanno scaricata. Cerca allora un ancoraggio emozionale e lo trova solo nella curva dei contagi, quale proxy inconscia (e un po’ distorta) del livello di utilità dell’App. Il punto è che Immuni ha accettato la sfida del “data minimization”. Da anni subiamo il lavaggio del cervello sull’importanza dei dati: più ne hai e meglio è, ci hanno raccontato. Nuove regole GDPR e pandemia ci portano progressivamente in un mondo dove questo paradigma sarà rivisto. Anziché lottare per avere più dati possibili, verranno sempre più premiati quei modelli di business in grado di raccogliere e creare valore solo da pochi dati essenziali. Per darvi un’idea, Facebook raccoglie per ogni suo utente in media 135 GIGAbyte di dati all’anno. Un’enormità. Il ribaltamento del paradigma e la minimizzazione dei dati sarà la direzione per tantissimi altri business digitali, anche nel mondo ‘for profit’. Immuni può essere di grande ispirazione per tutti quei progetti basati sulla ‘data minimization’. Immuni sta vincendo questa sfida? Ad oggi è stata scaricata da 5.6 milioni di italiani, ossia il 15% degli smartphone attivi in Italia. E’ tanto? E’ poco? In Europa solo l’analoga App tedesca ha fatto di meglio. Detto questo, bisogna puntare a livelli ben più alti. Rimandando ad altre lettura la discussione sul livello minimo da raggiungere per avere effetti rilevanti a livello epidemiologico (trovate molto sul web, anche di firmato dal sottoscritto), qui mi limito a ricordare per il singolo individuo conta di più la percentuale di diffusione nei contesti che si frequenta. Il dato nazionale dice poco. Come Università di Pavia stimiamo che la distribuzione della app è al 20% in alcune regioni (Trentino, Emilia Romagna, Marche e Liguria) e ci si avvicina al 50%-60% in alcuni comuni o aziende. Il dato nazionale è percepito come lontano ed astratto. Servono dati ufficiali a livello “locale” per fare il salto di qualità: le persone avvertirebbero qualcosa di più “vicino” e più impattante. In sintesi: chi osserva Immuni come un mero affare istituzionale perde una grande occasione per dare una sbirciatina al futuro delle piattaforme digitali in genere. E questo è davvero un peccato…

Una “melina” al giorno, toglie il super Euro di torno

Si è tenuta la scorsa settimana la riunione della BCE e c’erano grandi attese che in qualche modo uscisse qualche soluzione che rassicurasse i mercati, ma soprattutto la parte produttiva del vecchio continente, messa all’angolo da un Euro così forte.

Ma le grandi aspettative si sono dissolte subito in apertura. Di fatto la riunione si è conclusa in quello che in gergo finanziario si chiama “wait and see”, o “melina” in gergo calcistico.

Toni molto misurati ed equilibrati, in cui la Presidente Lagarde ha sì detto che l’Europa chiuderà l’anno “meno peggio” di quanto previsto: PIL -8,0% dall’iniziale -8,7% di qualche mese fa, con una ripresa del +5%, rispetto al +3,2% sul 2021. Ma venti gelidi e nubi nere si addensano sulla ripresa, portati da questa recrudescenza dei contagi nei mesi estivi; per cui ha ribadito che la BCE intende utilizzare interamente i soldi destinati al programma PEPP ( e sono ben 1350 miliardi di euro).

Lagarde ha inoltre chiosato sulla necessaria attenzione che un euro così forte comporta sulla stabilità dell’eurozona, utilizzando l’espressione “we are carefully monitoring the situation”, che non penso necessiti traduzione. Per dare una idea, dall’inizio della pandemia (20 febbraio) l’Euro è cresciuto +9,7% sul dollaro. E anche le previsioni sull’inflazione rimangono eccezionalmente basse, con un livello di 1,0% sul 2021 e 1,3% al 2022 (del resto se non hai domanda, le risorse prodotte non si apprezzano e anche la valuta forte non aiuta).

Ma si vede che sono preoccupazioni di fatto gestibili o si è forse ritenuto di rimandare eventuali interventi di politica monetaria più avanti. Forse la Presidente Lagarde è stata ispirata anche dal motto di italica tradizione calcistica, “catenaccio schierato, palla avanti e speriamo in bene”. Del resto noi così ci abbiamo vinto quattro mondiali, mentre altre nazioni ispirate da filosofie di gioco più spettacolari hanno ancora un cielo terribilmente “povero di stelle”. Sì, auguriamoci che sia così anche stavolta..

 

 

 

Agostino Poggi-Il mercato immobiliare ai tempi del Covid

Il Mercato immobiliare è passato da una lunga fase di recessione a una timida ripresa nel 2019 con una conferma del primo trimestre 2020 che aveva fatto ben sperare. L’arrivo dell’emergenza sanitaria ha subito evidenziato che anche in questo comparto una diversificazione degli asset disponibili è fondamentale per attenuare i contraccolpi dei cambiamenti di mercato, che, come abbiamo visto, possono essere anche molto repentini. L’acquisizione di immobili, soprattutto per investitori orientati al lungo periodo, deve valutare più fattori e non limitarsi alla semplice redditività: la location, le caratteristiche del costruito, la sostenibilità energetica, l’urbanizzazione circostante, la possibilità di conversione dell’immobile, l’accessibilità sono solo alcune tra le caratteristiche che possono rendere l’investimento più o meno interessante.

Gli investimenti rivolti all’immobile commerciale di qualità hanno risentito delle criticità palesate dalla interruzione delle attività a seguito del lock down, mentre gli immobili residenziali, od occupati dal settore finanziario o dal food market non hanno presentato problematiche rilevanti.

Bisognerà vedere nell’autunno se ci sarà ripresa e quanto questa sarà consistente, e comunque anche in questo caso oltre alla sopracitate caratteristiche del bene sarà fondamentale la qualità dell’inquilino.

Non bisogna mai dimenticare che il conduttore fa parte dell’investimento immobiliare, un immobile affittato ad un tenant non patrimonializzato, non strutturato, o comunque semplicemente non al passo coi tempi ovviamente sarà il primo ad entrare in crisi quando il mercato naviga in acque agitate.

La redditività lorda nel commerciale (che può variare da un 4% nelle piazze più prestigiose ad un 7% per quelle secondarie) viene velocemente erosa quando si hanno problematiche locatizie. E’ fondamentale quindi una due diligence adeguata, al pari dell’acquisizione, anche per il futuro conduttore. Fortunatamente le banche dati, oggi facilmente consultabili, permettono di formare un rating anche per l’inquilino e di conseguenza per l’investitore valutare meglio il suo rischio di investimento.

Come in finanza vale il trade off tra rischio e rendimento, anche nell’immobiliare la minor redditività deve essere associata ad una maggior sicurezza dell’investimento, ma a differenza del mercato finanziario, non esiste un mercato primario efficiente, dove poter verificare le transazioni in modo trasparente. Anche nel nostro Paese si sono insediati player molto importanti che possono rendere il mercato molto volatile nelle valutazioni e nella appetibilità di alcune location. Da ultimo, l’investimento immobiliare, colpa anche delle imposizione fiscale a cui è sottoposto, (l’ IMU è una patrimoniale ricorrente), può essere un mordi e fuggi solo per l’investitore professionale. Per tutti gli altri è corretto prevedere nel peggiore dei casi la possibilità di un immobilizzo di denaro a medio lungo termine, con costi di gestione, manutenzione, ed oneri fiscali che possono anche azzerare il rendimento prospettato e, come nel caso degli ultimi 10 anni, addirittura diminuire il valore del capitale investito.

Una volta riguardo agli immobili valeva la regola delle tre “L”: location – location – location, ora il successo dell’investimento dipende anche da una serie di figure professionali, quali il valutatore Immobiliare, l’avvocato, l’architetto, il commercialista, il consulente finanziario e il loro costo incide sull’investimento complessivo. Vi sembrano troppi o è troppo oneroso?

Non ce n’è Coviddi e altre metafore per stare a galla

“Non ce n’è Coviddi” e altre metafore per stare a galla

In questa estate di bulimia calcistica e prostatiti acute dovute a un cattivo utilizzo delle mascherine, è passato un po’ sottotono il messaggio del discorso di Draghi a Rimini. Ed è un peccato. Perché la forza di una leadership culturale si misura dalla sua capacità di generare lessico. E dopo il “whatever it takes” che ha già salvato l’Europa nel passato, Draghi ci ha regalato un’altra “sciabolata metaforica”, distinguendo tra “debito buono e debito cattivo”.

Aspetto solo che l’autunno arrivi e con esso “sugli alberi le foglie” (semicit) per assistere nei prossimi e numerosi dibattiti televisivi a nuovi scontri epici tra chi urlerà che “non ce n’è Coviddi” e una sparuta minoranza che risponderà con le parole di Draghi. Non vi dico già come finirà (lascio un po’ di suspance), ma il vero punto è che in un’Italia in cui (fonte Bankit) è aumentato da inizio anno il livello di risparmio delle famiglie dal 13% al 17% (no, non è una cosa buona, significa che è percepito un livello maggiore di incertezza economica) servirebbe una politica con pochi clamorosi proclami, ma tante e piccole certezze. Lo ha ricordato anche il Presidente della Repubblica al forum Ambrosetti, invitando a fare buon uso dei circa 300 miliardi di debito, di cui l’Italia potrà disporre nei prossimi anni. Espliciterò allora il concetto con la usuale metafora.

Non si può vivere in perenne emergenza e non si impara a nuotare nel mare agitato, ma di certo, una società che si affida ai soli salvagenti dei sussidi e di politiche sociali assistenzialiste (debito cattivo) non formerà mai bravi nuotatori. Insegniamo allora a chi ha più forze (i giovani) a nuotare (debito buono), allenandoli con corsi e in corsie riservate : magari non vinceranno comunque le Olimpiadi, ma di certo sapranno tirare fuori dalle acque agitate chi nel tempo avrà smarrito le forze, o peggio, non ha mai imparato a nuotare e si è trovato di colpo con l’acqua alla gola…

Forse così ho reso maggiormente le idee?