Marzo 2023

Everything everywhere all at once

Ammaccati da tre anni di continui saliscendi sui mercati finanziari (più discese ardite, che risalite), pensavamo di avere finalmente un po’ di tregua emotiva, ma soprattutto un po’ di tempo per farci trovare pronti e in ordine, per il gran ballo della ripartenza, stimata dai più, per il secondo semestre 2023.

E invece… E invece il panico ha ancora invaso i mercati finanziari, con una combinazione assolutamente letale. America, Svizzera, Germania, tre capisaldi del moderno capitalismo, in piena sofferenza, colpite dal fallimento di banche regionali in USA, da una banca sistemica in Svizzera e dal crollo dell’emblema del credito teutonico nel mondo (Deutsche Bank).

E come in un infernale gioco dell’oca, si torna indietro di qualche casella temporale, con l’inflazione giudice e arbitro in terra del bene del male (cit). (Ri)partiamo da qui allora.

I casi di Silicon Valley Bank e Signature Bank prima, Credit Suisse e Deutsche Bank poi, sono chiari segnali di quanto siano nervosi gli operatori del mercato e di quanto appaia ancora fragile il sistema finanziario globale. Tutto discende dal livello di inflazione, solo che questa volta non scomparirà a furia di massicci rialzi dei tassi (come avvenuto negli anni ’80 per intenderci) e l’auspicio di un soft landing sta sempre più diventando un hard landing (atterreremo, ma in che condizioni)?

Perché le banche centrali da un lato non possono permettere (pena la loro credibilità) che l’inflazione si radicalizzi, ma dall’altro lato devono anche garantire la piena stabilità del sistema finanziario, compromessa da politiche monetarie ultra-accomodanti negli ultimi tempi.

Le riforme finanziarie avviate dopo il crash del 2008 hanno ottenuto importanti risultati, almeno in Europa: il capitale delle banche si è rinforzato, sono state avviate fusioni e sono stati creati players di dimensioni internazionali (con l’Italia probabilmente la migliore), frequenti stress test della BCE sono stati applicati, per capire la “resilienza” delle banche. Ma a livello internazionale rimangono vaste zone d’ombra. Comportamenti da verificare sono stati tenuti dalla vigilanza americana sulle banche regionali (deregulation) e da quella svizzera sui casi di riciclaggio. Ma questo è già storia. Il problema è che la stabilità finanziaria va preservata o sarà l’intera economia mondiale a soffrirne e i casi Bearn Stern e poi Lehman del 2008, avrebbero dovuto insegnarci quanto i mercati siano strettamene interconnessi. La mancanza di fiducia in uno o più istituti fa presto a trasformarsi in panico generale e se il panico si diffonde, la crisi mondiale è inesorabile.

Gli interventi di salvataggio per ora adottati sono stati opportuni, quanto tardivi e con difficoltà hanno arginato l’incendio, ma non l’hanno spento. Il caso di Deutsche Bank ne è un esempio.

E qui si torna al problema iniziale: come fare allora a disinnescare l’inflazione, senza causare una recessione, o peggio una crisi finanziaria mondiale?

Una banca centrale indipendente con una missione di stabilità dei prezzi è una garanzia per i cittadini di qualunque paese: deve proteggere il loro potere d’acquisto. Ma una banca centrale che forza la disinflazione con continui rialzi dei tassi, rischia di debellare la malattia (inflazione), ma uccidere anche il paziente (sistema finanziario).

Stiamo navigando in mari agitatissimi e pericolosissimi e serve molta cautela, o qualunque intervento delle autorità centrali comporterà un aumento della già estrema volatilità.

Come nel titolo del film pluri premiato agli Oscar, sta succedendo “tutto, dappertutto e contemporaneamente” e un bravo marinaio deve evitare mosse troppe brusche e spostare il timone con molta delicatezza, o la frenesia di affrontare le onde con caparbietà, rischia di trascinarci nei gorghi più profondi del mare agitato.

Riccardo Motta-La maturità digitale delle banche italiane

La pandemia ha avuto un impatto irreversibile su tutta l’umanità. Il settore bancario non avrebbe potuto esserne immune. Come in tutti i settori industriali, i cambiamenti conseguenti alla pandemia hanno avuto un impatto sulle aspettative dei clienti riguardanti i servizi bancari digitali, ad un livello più alto di sempre. Le banche oggi si stanno trasformando in qualcosa che va oltre il concetto tradizionale di banca. Gli istituti di credito leader del settore si stanno infatti trasformando in piattaforme multi-servizio, con un’offerta che va dalla mobilità all’ e-goverment, dai servizi alla persona al commercio, costruendo un nuovo ecosistema ricco di opportunità per i loro clienti. In particolare, stanno diventando sempre di più dei “trusted advisors” per i propri clienti, supportandoli nella loro quotidiana gestione delle proprie finanze con una ampia varietà di soluzioni digitali. Dal punto di vista della maturità digitale, è positivo il fatto che da una ricerca internazionale che abbiamo fatto in Deloitte, tra le banche Italiane analizzate, una quota prevalente (più del 60%) si posizioni all’interno di due cluster contraddistinti da un maggior livello di maturità digitale, ovvero i Digital Champions e Digital smart followers. Ma vediamo innanzitutto il contesto economico susseguente alla pandemia. Questa ha lasciato un generale senso di incertezza, che a sua volta ha generato un diffuso rallentamento economico ed un incremento significativo del tasso di inflazione, peraltro anche a causa del conflitto armato russo-ucraino. I consumatori, sia a livello internazionale che italiano, sono ora preoccupati riguardo i lori risparmi e pongono sempre maggiore attenzione al modo di spendere, dimostrando un costante incremento delle loro attitudini agli acquisti attraverso il canale digitale, nonché verso una sempre maggiore consapevolezza verso i temi di sostenibilità. Diviene pertanto sempre più un fattore critico per gli operatori finanziari dare risposte concrete ai cambiamenti comportamentali dei consumatori, concentrandosi in particolare sui loro bisogni, tra i quali si segnalano due aspetti fondamentali.

Il primo è privilegiare singoli “entry point” per l’accesso da parte dei clienti ad un ampio insieme di prodotti e servizi (e.g. attraverso l’utilizzo di SuperApp). A tal proposito, quasi 1 Cliente su 2 dimostra essere predisposto ad utilizzare piattaforme esterne per prodotti finanziari e al contempo la propria app bancaria per servizi non finanziari.

Il secondo è relativo al progressivo shift verso l’utilizzo dei canali di Digital Banking (mobile app e website) per una gestione più efficiente delle attività bancarie. A dimostrazione di ciò, il tasso di internet banking penetration ha raggiunto il 45% nel 2022, anticipando le previsioni di circa 3 anni rispetto alle proiezioni pre-Covid. Rispetto a tali nuove esigenze dei Clienti, le banche possono rispondere agendo in logica di “piattaforma” di servizi a valore attraverso la creazione di una “value proposition” basata su ecosistemi di partnership, ma anche con lo sviluppo di soluzioni fully-digital ed una ottimizzazione della copertura territoriale. Da uno studio Monitor Deloitte emerge infatti che le c.d. “Exponential Banks”, istituti finanziari caratterizzati dalla capacità di evolvere i propri modelli di business attraverso innovazione, capacità di adattamento e flessibilità strategica, ottengano in media migliori risultati in termini di valuation (+176%) ed efficienza (“cost income” inferiore di circa 20p.p.) rispetto rispetto ai “worst performers”. Come anticipato, i clienti digitali, ovvero coloro che svolgono più del 90% delle transazioni finanziarie attraverso Internet/ Mobile banking, giocano un ruolo sempre più centrale per le banche. Nel 2021 costituivano circa il 50% del “net banking income” delle banche, con una forte predominanza in termini di numero di clienti appartenenti a fasce Gen Z e millennials, e si stima che tale quota raggiungerà il 70% nel 2027 (crescendo quindi di ca. 20 punti percentuali).  Tale incremento di clienti a vocazione digitale alimenta sempre più la creazione di banche interamente digitali. Tuttavia, il principale fattore critico di successo per le banche digitali, siano esse native digitali o frutto di iniziative di trasformazione digitale di banche tradizionali (e.g. Neobanks), risulta il raggiungimento di una massa critica di clienti tale da sfruttare effettive economie di scala e abbassare il “cost per customer”, rendendo così la banca digitale profittevole. A dimostrazione di ciò, dalle analisi emerge come ad un aumento di 9x della base clienti corrisponde una riduzione del 75% del costo per cliente. Lo sviluppo di soluzioni fully-digital per i clienti, finalizzate a soddisfare l’esigenza di “self direct operation”, dovrà essere affiancato da un’ottimizzazione della copertura territoriale in grado di garantire una maggiore efficienta operativa. Tale processo di revisione del footprint geografico non potrà prescindere dall’effettivo livello di digitalizzazione che contraddistingue le diverse aree geografiche del Paese e dovrà essere accompagnato da iniziative complementari di accompagnamento all’evoluzione. Partendo dalle ca. 34.000 filiali bancarie nel 2011 in Italia, secondo l’analisi Monitor Deloitte, si stima per il 2023 un numero di filiali pari a ca. 20.000, per poi arrivare a ca. 16.000 nel 2029. I canali digitali, dunque, non saranno più semplici canali integrativi, ma rappresenteranno sempre di più un fattore chiave e differenziante della value proposition delle banche. A che punto è l’evoluzione delle banche italiane lungo queste direzioni? Quali sono le opportunità di ulteriore sviluppo? Lo studio Deloitte sulla Digital Banking Maturity, fornisce una valutazione completa del mercato esaminando 304 banche operanti in 41 Paesi differenti (con la partecipazione delle principali economie globali in EMEA, America, Asia). A livello nazionale, lo studio ha preso in esame un gruppo consistente di operatori bancari (banche tradizionali, banche online ed operatori FinTech) che, nel loro insieme, costituiscono un campione Italiano altamente rappresentativo (e.g. coprendo l’88% dell’offerta prestiti bancari). Sulla base dei risultati ottenuti, le banche italiane dimostrano una forte crescita rispetto allo studio precedente (2020), colmando il divario e affiancandosi alla media globale lungo tutte le dimensioni di analisi. Al contempo, lo studio mette in evidenza alcuni ambiti di intervento funzionali al raggiungimento delle best practice a livello globale.

 

Financial Market Industry Leader di Deloitte Central Mediterranean.

È partner audit dal 1998, Dottore Commercialista e Revisore Legale dei Conti in Italia.

Ha assunto il ruolo di revisore per numerosi istituti bancari in Italia ed è attualmente revisore del Gruppo UniCredit e del Gruppo Cassa Depositi e Presiti

Esperto di IFRS/IAS, ha una solida esperienza in incarichi di due diligence nell’ambito delle acquisizioni, in particolare per l’Europa Centro-Orientale.

É spesso chiamato come esperto da numerosi tribunali italiani per stilare pareri, fairness opinions e valutazioni su molte operazioni di finanza straordinaria.

Vive e lavora a Milano.

 

Il paradosso ecologico della guerra

Il mondo negli ultimi tre anni è stato funestato da due avvenimenti che hanno sconvolto le nostre esistenze: la pandemia e la guerra.

I due avvenimenti, nella loro assoluta drammaticità, potrebbero tuttavia aver accelerato due processi rivoluzionari per l’umanità intera: la transizione digitale e la transizione ecologica.

Se la digitalizzazione post Covid è ormai storia, con (semmai) dinamiche di eccessi da smart working più volte discussi in questo spazio, meno lineare ed intuitivo appare la relazione tra svolta ecologica e guerra.

Andiamo per gradi. Qualcuno potrebbe subito obiettare che la necessità di sostituire i combustili russi abbia costretto molte amministrazioni europee a riaprire miniere di carbone e mantenere le centrali elettriche inquinanti. Nessuno potrebbe negare questa evidenza. Tuttavia, secondo gli ultimi dati della Agenzia Internazionale per l’energia (IEA), nel 2022 l’economia mondiale è diventata del 2% meno energivora e grazie anche al clima più mite e l’utilizzo di strumenti a maggiore efficienza energetica, il continente europeo ( ad esempio) ha utilizzato il 6-8% di elettricità in meno rispetto al 2021.

In altri termini: l’impatto sempre più esteso di tecnologie più efficienti a livello mondiale (veicoli elettrici nella mobilità e pompe di calore nelle case) ci porterebbe ad essere ottimisti sull’avvio della nuova transizione ecologica. Inoltre, secondo l’IEA, l’attuale capacità produttiva mondiale di petrolio e gas sarebbe già satura: la Russia non può facilmente riorientare le sue infrastrutture di gas e le piattaforme petrolifere sono prive di personale e di pezzi di ricambio, dunque un forte rallentamento o addirittura stop all’attività estrattiva sarebbe imminente. Di contro, il boom dell’eolico e del solare ridurrà l’appetito per i combustibili fossili, soprattutto nei paesi più energivori e non solo in Europa. Sempre la IEA stima che persino la Cina si doterà, entro il 2025, di strutture di energia rinnovabile in grado di fornire fino a 1.000 terawattora, ( per intenderci equivale all’attuale produzione di energia elettrica del Giappone).

Questa transizione ecologica sarebbe inoltre favorita, a livello globale, dal generale calo dei prezzi dei contratti per i progetti eolici e solari fotovoltaici, sensibilmente più bassi rispetto a quelli dell’energia all’ingrosso (nella sola Europa è stato del -77% sul 2021) , da una diversa sensibilità dei consumatori sull’utilizzo di energie rinnovabili e dalla introduzione di normative molto favorevoli, tra cui, su tutte, spicca l’inflation reduction act dell’amministrazione americana.

Per capire meglio, sono in tutto 369 miliardi di $ da destinare all’ambiente nei prossimi 10 anni, e solo 69 miliardi saranno destinati ad imprese che produrranno turbine eoliche e/o batterie per veicoli elettrici. Ma non solo Usa e Cina si muovono nel solco della transizione ecologica, anche la vecchia Europa si sta attrezzando con il Net-Zero Industry Act, ovvero 250 miliardi di € per le aziende che investiranno nelle tecnologie pulite, anticipando così l’obiettivo di raddoppiare la attuale capacità solare installata nell’UE tra il 2025 e il 2030.

Quanto di questi impegni sarebbero stati adottati con questa urgenza, senza lo scoppio del conflitto ucraino? (con le note complicazioni in termini di approvvigionamenti energetici?)

Difficile rispondere, anche perché rimangono fortissime criticità.

Ad esempio, il conflitto ucraino ha fatto schizzare il prezzo di molti metalli  fondamentali per i cavi, le turbine o i pannelli solari, o, più banalmente e allo stato attuale della burocrazia europea, è difficile immaginare la progettazione e la realizzazione di grandi parchi eolici e/o solari entro il 2030.

Ma pensiamo positivo e auguriamoci davvero che con l’aumento dell’energia verde e il calo contestuale dell’uso dei combustibili fossili, le emissioni di anidride carbonica possano davvero crollare drasticamente e restituirci un mondo più vivibile e pulito. Possibilmente anche più sereno e finalmente in pace, quello sarebbe il vero successo.

Riccardo Puglisi-Pil e altri indicatori di benessere

È possibile sintetizzare l’andamento di un’economia nel tempo dentro un solo indicatore come il PIL (prodotto interno lordo)? Come giustamente rilevato dall’amico Pietro Ripa nelle settimane scorse, è davvero eroico ritenere che una singola variabile sia sufficiente per catturare elementi cruciali che vanno considerati congiuntamente con il valore totale della produzione e del reddito, come la disuguaglianza e l’inquinamento, per non parlare della connessione tra andamento dell’economia e “felicità” dei cittadini.

Tuttavia, parafrasando la famosa battuta di Churchill sulla democrazia, la mia tesi sul PIL è che il PIL è la peggior forma di misurazione dell’andamento dell’economia, eccezion fatta per tutte quelle altre misure che sono state proposte finora. Per intenderci: se dobbiamo scegliere UNA SOLA misura, allora il PIL, e in particolare il PIL pro capite, va bene, perché le altre misure proposte (ad esempio il reddito netto disponibile delle famiglie, oppure un indice composito come lo Human Development Index, che mette insieme Pil pro capite, speranza di vita e anni di istruzione) aggiungono informazioni ma confondono le acque perché mettono insieme fattori diversi (sanità e istruzione) oppure ne tolgono una parte (le imposte tolte al reddito lordo per arrivare al reddito netto servono per finanziare i servizi pubblici e il welfare state).

Parentesi tecnica su che cosa è esattamente il PIL: esso rappresenta il valore totale di tutti i beni e servizi finali prodotti in un dato periodo di tempo in un certo paese, di solito in un anno o in un trimestre. Chi sono i soggetti che comprano tali beni e servizi? Le famiglie li acquistano per i propri consumi, mentre le imprese acquistano beni di investimento come impianti e macchinari per rimpiazzare la propria dotazione di “capitale” (pensate a macchinari ormai obsoleti o non funzionanti) oppure per aggiungerne di nuovi. Dal momento che l’economia è aperta ai rapporti con l’estero, dal lato della domanda (chi acquista la produzione nazionale?) vanno aggiunte le esportazioni, cioè gli acquisti di beni e servizi prodotti all’interno del paese ed acquistati da imprese o famiglie che stanno all’estero. Per essere coerenti bisogna però togliere dal valore delle esportazioni il valore delle importazioni, cioè dei beni e servizi finali acquistati all’estero: si tratta infatti di domanda che non va a comprare la produzione nazionale ma quella fatta all’estero. Dunque il concetto rilevante è quello delle esportazioni nette, cioè il valore delle esportazioni a cui si sottrae il valore delle importazioni.

E come entra in questo schema la parte pubblica dell’economia? Se il settore pubblico acquista beni e servizi questi fanno parte della domanda che acquista beni prodotti all’interno, e lo stesso vale per gli investimenti pubblici, cioè l’acquisto di beni che danno utilità per più di un periodo, come un ponte o un’autostrada. Anche gli stipendi pubblici entrano nel calcolo della spesa pubblica che acquista la produzione interna perché sono una misura del valore dei servizi pubblici prestati alla cittadinanza, quando non esiste un prezzo (come in questo caso) che definisce la quantità di moneta totale necessaria per acquistare quei servizi. Ad esempio nel settore sanitario, le imposte, cioè un prelievo coercitivo di risorse, finanziano l’acquisto di farmaci, il pagamento di medici e infermieri, mentre il paziente -a parte il pagamento aggiuntivo del ticket- usufruisce gratuitamente e universalmente di questi servizi di prevenzione, diagnosi e cura. Di fatto non esiste un prezzo per i servizi sanitari utilizzati dai consumatori finali, ma il suo valore è rappresentato dagli stipendi del personale, dall’acquisto di beni intermedi da parte della pubblica amministrazione eccetera.

Se prendiamo il PIL totale e lo dividiamo per la popolazione otteniamo il PIL pro capite, cioè una misura media della produzione e del reddito in un dato paese in un dato periodo di tempo. E da dove spunta il concetto di reddito? Un elemento contabile che qualcuno potrebbe persino definire “intrigante” è che a ogni acquisto di beni e servizi finali corrisponde un ricavo per i soggetti che li vendono, tipicamente imprese che utilizzano queste risorse incassate per pagare gli stipendi, i propri fornitori, gli interessi alle banche e i dividendi agli azionisti: da qui nasce l’uguaglianza tra spesa, valore della produzione e reddito (potere d’acquisto) che viene corrisposto a chi fornisce fattori produttivi (cioè lavoro e capitale) alle imprese che producono. E un concetto ancora più prezioso è quello di circuito del reddito, che a mio parere permette di comprendere abbastanza bene la forza teorica ed empirica del concetto di PIL: come sintetizzato nella Legge di Say (che -come ben argomentato dall’economista William Baumol- fu colposamente o dolosamente presentata in maniera caricaturale dal fondatore della macroeconomia, cioè John Maynard Keynes) la domanda di beni nasce dal lato dell’offerta, cioè dal lato delle imprese e degli altri soggetti che producono beni e servizi. Le imprese che vendono con successo beni e servizi danno risorse monetarie a lavoratori e capitalisti come reddito, il quale viene utilizzato da costoro per comprare beni e servizi finali, in un circolo virtuoso che diventa più ampio in termini assoluti se il PIL totale cresce, e in termini medi se il PIL pro capite cresce. E che succede se non tutto il reddito viene speso in consumi? La differenza positiva tra reddito e consumo è ovviamente il risparmio: esso è costituito da risorse monetarie che possono essere prestate alle imprese e allo stato per finanziare le proprie spese, in particolare quelle di investimento (ma non solo). Se poi si bada a non farci confondere le idee dall’inflazione (se da un anno all’altro si producono le stesse quantità di beni e servizi e i prezzi raddoppiano il PIL nominale raddoppia, mentre quello reale è inalterato), il PIL reale pro capite diventa una buona approssimazione del benessere economico medio dei cittadini in un dato paese in un dato periodo di tempo. Se si calcola il tasso di crescita percentuale del PIL reale pro capite si passa a una buona misura dello sviluppo economico pro capite nel tempo, ovviamente analizzando la cosa in un orizzonte temporale ragionevolmente lungo come un decennio o una generazione, cioè un quarto di secolo.

Vogliamo giustamente prestare attenzione alla disuguaglianza, all’inquinamento, alle condizioni sanitarie e dell’istruzione? Facciamolo pure, anzi dobbiamo farlo, ma consideriamole come indicatori separati e aggiuntivi rispetto al PIL, indaghiamone la correlazione con il PIL stesso, ma non rigettiamo il PIL come indicatore inutile perché non al passo con la moda dei tempi. Il passo della storia umana -dalla Rivoluzione Industriale in avanti, ma anche prima, e anche nel futuro- lo decidono di fatto il PIL e il PIL pro capite.

 

 

Riccardo Puglisi è professore ordinario di scienza delle finanze all’Università degli Studi di Pavia. Alunno del Collegio Ghislieri; ha studiato a Pavia (laurea in economia e dottorato in finanza pubblica) e alla London School of Economics (Master e PhD in economia).  

Si occupa principalmente del ruolo politico dei mass media, di finanza pubblica, e del ruolo economico delle istituzioni politiche. Ha pubblicato su riviste internazionali in economia e scienze politiche come il Journal of the European Economic Association, Journal of Politics e Journal of Public Economics. È redattore de lavoce.info.

Insegna scienza delle finanze a Pavia e in Bocconi e political economy a Pavia. Nel 2013-14 ha fatto parte di uno dei gruppi di lavoro nell’ambito della spending review condotta da Carlo Cottarelli; nel 2015 ha ottenuto il Premio Ghislieri con Virginio Rognoni, e nel 2016 ha vinto con James M. Snyder, Jr. la Hicks-Tinbergen Medal per il miglior articolo pubblicato nel biennio precedente sul Journal of the European Economic Association.

È ragionevolmente attivo sui social network, in particolare su Twitter.