Mese: Giugno 2022

Kevin Giorgis-Formazione e tecnologia: la persona prima di tutto

La formazione del futuro sarà sempre più digitale. La pandemia ha solo accelerato e reso strutturale un processo in essere già da tempo, una necessaria spinta al cambiamento per rendere più snello, efficiente ed efficace l’apprendimento in un’epoca dominata dalla tecnologia digitale. La famosa didattica a distanza che ha coinvolto migliaia e migliaia di studenti è stata solo un banco di prova necessario, seppur difficile in alcune fasce d’età, andando però a rispondere all’esigenza di continuare la formazione anche quando l’accesso fisico alle scuole non era possibile. Figlio dell’emergenza, l’ampio uso dell’e-learning ha però messo in luce un’altra verità e in determinati contesti, soprattutto in ambito universitario e in quello dei corsi professionali e aziendali, sembra difficile pensare ad un futuro senza l’adozione su ampia scala di questo strumento. Se l’immaginario comune pensa soprattutto alla didattica a distanza quando si associa la tecnologia alla formazione, in realtà l’EdTech, l’Educational Technology, è molto di più. È una nuova concezione, è la consapevolezza del ruolo dei processi digitali nella formazione continua di un lavoratore, dell’aggiornamento professionale e dell’acquisizione di nuove competenze. Un mondo molto più ampio di quello che riguarda la carriera scolastica “tradizionale” e che si avvarrà sempre di più di strumenti digitali e altamente tecnologici per perfezionare un processo, rendere più efficace l’apprendimento ed evitare la dispersione di tempo in pratiche puramente gestionali. Ottimizzare, insomma, per essere più performanti nel compito educativo, accompagnando un progresso sostenibile in tutti gli ambienti educativi sensibili all’innovazione, con la volontà nobile di rendere l’educazione sempre più accessibile.  Sviluppare la tecnologia in determinati ambienti di formazione, soprattutto a livello professionale, ossia in quel processo che accompagnerà gran parte di noi per tutto l’arco della vita lavorativa, è un progresso in termini di risorse economiche, umane e di prestazioni. L’adozione di soluzioni altamente tecnologiche nel campo dell’apprendimento dev’essere accolta con entusiasmo e consapevolezza, perché rappresenta un’evoluzione del processo formativo, una miglioria che non toglie nulla al fattore umano, sempre al centro anche quando si parla di intelligenza artificiale e machine learning.

 

 

Cuneese classe 1997, è il cofondatore di Wyblo, giovane startup nata dalla necessità di perfezionare i processi di formazione, con la volontà di ottenere velocemente e in modo strutturato il livello di soddisfazione dei partecipanti a un corso. Ha studiato Management e Marketing all’Università di Bologna e uno scambio alla University of California Riverside. Ha poi continuato gli studi frequentando il Master’s in Strategy and International Management alla University of St. Gallen in Svizzera. È cofondatore di EdTech Italia, la prima associazione italiana che riunisce i diversi stakeholders nel mondo education technology. Infine, sta co-creando l’EdTech Garage, community europea a supporto delle startup early-stage EdTech per l’internazionalizzazione e fundraising. Vive da nomade digitale.

Una recessione d’azzardo

Era il dicembre del 2021: fior fior di stimati economisti internazionali predicavano cicli economici di straordinaria vitalità, l’inflazione era marginale o comunque si mostrava con picchi transitori e famelici investitori erano pronti ad approfittare di un mondo a tassi reali costantemente negativi e drogato da massicce, quanto generose, manovre di politica monetaria e fiscale. Siamo a fine giugno di una torrida estate 2022: una guerra mondiale, anche se all’apparenza solo locale, ha sconvolto le nostre coscienze e gli effetti di una inflazione persistente e rovinosa hanno minato le nostre certezze, economiche e sociali. I prezzi sono impazziti e le ottimistiche previsioni di sviluppo degli stimati economisti di prima si sono trasformate in sentenze tranchant di recessione, stagflazione, iperinflazione, insomma… foschi presagi che fanno rima con capitolazione. Eppure, è sempre lo stesso mondo di ieri. In nemmeno sei mesi siamo passati dal paradiso, (per quanto artificiale), a un inferno reale senza punti di riferimento, dove la nostra vulnerabilità è aggravata dallo strazio della guerra. Cosa succederà allora adesso? Non si ha, purtroppo, la sfera di cristallo, tuttavia, qualche anno (di eccessi) di mercati finanziari mi ha insegnato che la finanza esaspera sempre nelle performance e nel bene e nel male, quello che succede nell’economia reale. “È il mercato bellezza” (cit.). Non è scontato che assisteremo a una recessione strutturale e duratura, (quella che coinvolge anche l’immobiliare, la domanda aggregata, il clima di fiducia in generale). La pandemia e i suoi lock down prima, le sanzioni economiche e l’iperinflazione poi, hanno determinato una volatilità mai così accentuata nella gestione delle scorte. C’è solo un lavoro peggiore oggi del consulente patrimoniale: chi lavora nella direzione acquisti (procurement) di qualsiasi azienda. L’andamento delle filiere produttive è completamente imprevedibile: shock energetico, impazzimento dei noli, scarsità e impennata dei prezzi di materiali e componenti si riverberano sull’intera organizzazione e di conseguenza, sul consumatore finale. Consumatore finale che comincia ad avere problemi con un reddito eroso dall’inflazione, e di conseguenza, comincia a consumare meno, con una maggiore propensione verso le spese per i servizi (viaggi che non potevo fare prima ad esempio), rispetto alle spese sui prodotti durevoli (ho già comprato di tutto e di più quando ero chiuso in casa). È una recessione che si prevede più ciclica che strutturale: l’effetto delle generose politiche fiscali è ancora in essere, ma prima o poi questa spinta si esaurirà e si sentiranno maggiormente le conseguenze dei rialzi dei tassi, come oggi i mercati dimostrano, anticipando il futuro. Al netto di ulteriori ed eventuali cataclismi che sovvertirebbero il fragile equilibrio in essere (su tutti, penso alle possibili orde immigratorie per carestia verso le economie più sviluppate), non è ancora chiaro su quali basi il nuovo mondo ripartirà. Deglobalizzazione, nuovi equilibri geopolitici, sviluppo tecnologico, energie rinnovabili e sostenibilità saranno le 5 carte su cui si giocherà il nostro futuro e la nostra esistenza. Da come sapremo giocarle sul tavolo dipenderà il nostro successo. Basterebbe riuscire a gestirne bene almeno tre per avere un tris vincente, un trionfo sarebbe calare un poker di scelte azzeccate, ma solo una cosa si deve evitare: tenere tutte le carte in mano e pensare che sia una scelta vincente. In questo caso nessun “jolly” potrebbe più salvarci.

Casa dolce ufficio

Tutti a casa! Anzi no, tutti in ufficio! Interpretare i desiderata delle aziende sta diventando sempre più un mestiere logorante per i lavoratori di oggi. Si è scritto la scorsa settimana che anche oltreoceano la situazione è controversa: da una parte la posizione netta e tranchant di Elon Musk, padre di Tesla: “ Se non vi presenterete in ufficio, dedurremo che vi siete licenziati”, dall’altra parte invece la posizione più rassicurante e conciliante di Mark Zuckerberg, padre di Meta (un tempo Facebook) ”Un buon lavoro può essere svolto ovunque perché la presenza di video in remoto e la realtà virtuale continuano a migliorare”. E mentre lo scontro tra i due pesi massimi del nuovo sogno americano si infiamma, tutte le altre big a stelle&strisce (Google, Microsoft e Apple) cercano soluzioni più equilibrate per il proprio personale e garantire la flessibilità, nel rispetto della produttività. E in Italia? Il nostro Paese ha un sistema produttivo e un diritto giuslavoristico piuttosto diverso da quello americano, ma anche qui non mancano difficoltà nel definire la nuova normalità. Partiamo però da una constatazione: il mercato italiano non è flessibile e dinamico come quello americano. Il Ministero del Lavoro ha stimato che solo 4 milioni e mezzo (su 20 milioni complessivi) riusciranno a mantenere il lavoro agile nei prossimi mesi. Eppure in due anni di pandemia, in Italia, circa 200 lavori sono stati normati prevedendo l’impiego da casa.  Ma dal primo di settembre si tornerà alla nuova normalità, ovvero, gli accordi di smart working verranno stipulati dalle aziende su base individuale. Mancano tre mesi e la situazione appare piuttosto confusa: aziende e sindacati cercano di trovare qualche base di accordo, mentre si sente sempre più forte lo sfregolio di mani di avvocati giuslavoristi pronti ad intervenire per difendere i loro assistiti, (sia lato aziende, sia lato lavoratori), dopo aver osservato per mesi e mesi il mercato del lavoro in panchina, causa blocco dei licenziamenti. Ma il mercato del lavoro che vedremo nel frattempo è profondamente cambiato e sconta il suo atavico limite della flessibilità: reperire manodopera sembra essere sempre più arduo, non solo nei settori manifatturieri trasformati dalla tecnologia, ma anche quelli stagionali, (penso ad esempio al turismo), dove sembrano non bastare, per accrescere l’appeal del settore, le agevolazioni previste di recente dal Governo. Di sicuro, ci sarà da tirarsi su le maniche e sporcarsi per bene le mani se vorremo uscire da questa situazione. In fondo, un bagno dove poi lavarcele, che sia in casa o in ufficio, si troverà sempre…

Carlo Casarico-Macro o Micro influencer, purchè se ne parli

I fatti: da qualche anno gli investimenti pubblicitari globali sono maggiori sul digitale rispetto ai vecchi media (tv, stampa e radio). Il trend è in costante crescita, e da qui non si torna più indietro. Il motivo è semplice e non è da ricondurre agli strascichi della pandemia: il marketing digitale è maggiormente performante, misurabile, verticale e confidenziale. E tra i vari filoni innovativi di comunicazione utilizzati, uno sta diventando maggiormente interessante per le aziende: il mondo degli influencer. Diamo qualche numero: si stima che il ritorno di una campagna di influencer marketing strutturata correttamente sia in grado di fruttare circa quattro volte l’investimento fatto. Più del 60% dei consumatori si informa tramite creator, blogger o driver di acquisto prima di comprare un prodotto in un negozio, sia esso fisico o online. C’è di più: ricerche e sondaggi hanno fatto emergere come 1 italiano su 3, nella fascia di età compresa tra i 18 e i 54 anni, decida di compiere un acquisto perché espressamente consigliato dall’influencer di riferimento. Tale preferenza è dettata da diverse “necessità” che i content creator sanno intercettare: ricevere consigli di acquisto, ascoltare gli “esperti in materia” o trovare modelli di riferimento in cui identificarsi. I settori che maggiormente sfruttano questo tipo di marketing sono quello del beauty, del make up, della tecnologia e del food; tuttavia è possibile applicarlo a moltissime attività B2C e, con le scelte giuste, B2B. Ed è proprio l’individuazione dei testimonial adeguati e corretti per il nostro target a sancire il successo o il fallimento di una campagna. In questo contesto è necessario specificare una distinzione fondamentale tra macro e micro influencer. Uno degli errori più grandi che si possano commettere quando ci si approccia a questo tipo di marketing è quello di pensare solo ai grossi driver di acquisto (Chiara Ferragni in testa). Infatti i macro influencer sono molto simili ai “testimonial” della pubblicità tradizionale: parliamo quindi di personaggi pubblici con un grandissimo seguito (milioni di follower) ma un pubblico di riferimento estremamente variegato. Questa tipologia di influencer è molto utile se l’obiettivo è il semplice e puro branding e notorietà del marchio, perde tuttavia di efficacia quando il nostro fine è una “conversione” ben definita da utente a cliente. Impostazione totalmente diversa arriva dai micro influencer. Precisiamo che la distinzione non va fatta soltanto sui numeri, ma anche e soprattutto sulla verticalità delle tematiche trattate. Quali sono dunque le caratteristiche fondamentali di questi nuovi “modelli”? Parlare ad una nicchia di pubblico ben specifica e targettizzata, ottenere un altissimo livello di affidabilità e avere un rapporto diretto con la propria community, composta da fan reali e già “autoprofilati”. Queste tre caratteristiche sono la vera forza dell’influencer marketing: è infatti molto più utile per un’azienda rivolgersi ad un “ambasciatore” con follower già in target preciso con il business che si va a sviluppare, piuttosto che “ingaggiare” testimonial con numeri molto elevati ma poco o nulla accomunati da un reale interesse comune. L’individuazione del creator corretto è però solo il primo passo di un processo che può decretare il successo o il fallimento di una campagna. Se da un lato è giusto voler controllare tutto ciò che viene pubblicato, dall’altro è opportuno concedere una certa dose di fiducia all’influencer in quanto miglior conoscitore dei gusti del proprio pubblico: solo il giusto mix tra controllo e creatività è in grado di restituire una campagna di successo. Inoltre è fondamentale conoscere le piattaforme su cui i creator si muovono e i relativi linguaggi. Per l’influencer marketing sono principalmente 2: Instagram e TikTok. La prima offre un linguaggio più tradizionale e patinato, parzialmente artefatto e già ben conosciuto dagli utenti della piattaforma. La seconda sta crescendo con una velocità mai vista prima per una piattaforma social, è caratterizzata da video veloci e maggiormente spontanei, con un coinvolgimento del pubblico eccezionale. Uno degli errori da evitare quando si parla dei succitati social è quello di pensare che si trattino di “giochi da ragazzi”: nulla di più sbagliato! Sono infatti sempre di più gli adulti che approdano su Instagram e TikTok, sia da utenti passivi che da utenti attivi. Date tali premesse, una delle ulteriori e principali motivazioni per cui le aziende decidono di affidarsi sempre di più all’influencer marketing per farsi conoscere è l’altissima misurabilità delle campagne effettuate. Infatti non soltanto è possibile conoscere precisamente il numero di contatti raggiunti, ma anche e soprattutto la quantità di interazioni e conversioni generate. Tramite il matching degli strumenti del marketing digitale con quelli dell’influencer marketing possiamo anche sapere quanti acquisti effettuati derivano dal singolo influencer, potendo quindi effettuare nel tempo campagne sempre più precise e mirate con i testimonial giusti per noi.

Le aziende, dunque, si trovano a dover affrontare una nuova sfida: comprendere quali siano gli influencer più vicini al loro target di pubblico è soltanto il primo step, successivamente è necessario formulare e strutturare un rapporto incentrato su risposte credibili e sincere, dove i contenuti siano basati su reale fiducia, interesse e valore.

 

Esperto di comunicazione e marketing digitale. E’ amministratore delegato di GGallery SRL e di CFactor, agenzia di talent management e influencer marketing

Riccardo Chiarelli-Una svolta culturale per soluzioni davvero innovative

La frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così”. Questa frase di Grace Murray Hopper preclude miglioramenti, aumenta l’inerzia al cambiamento e diventa un ostacolo insormontabile per innovare. Inoltre, chi la pronuncia (e chi la accetta come risposta) non sta riflettendo sul perché qualcosa si fa e se è possibile migliorarlo. I miglioramenti avvengono spesso dal mettere in discussione lo status quo ridefinendo quello che “si è sempre fatto così”. In questo momento storico, il digitale e l’innovazione tecnologica offrono un’opportunità continua per rianalizzare i processi aziendali ed i flussi produttivi per renderli più efficienti. Le aziende più performanti sono spesso quelle che abbracciano il cambiamento e si adeguano a nuovi modelli di business. Molti studi recenti di società di consulenza evidenziano come le imprese che adottano soluzioni digitali per i loro processi aziendali hanno un vantaggio competitivo e migliorano i loro risultati. Nessun settore è immune al cambiamento digitale. In genere, un settore è pronto per essere rivoluzionato (disrupted, in inglese) quando i processi con i quali opera sono gli stessi di 20 anni fa. Facciamo un esempio pratico: prendiamo un cantiere di costruzioni (edile, stradale o navale) o un intervento di manutenzione e pensiamo al lavoro svolto dagli operai. Se potessimo tornare a 20 anni fa, probabilmente vedremmo pochissime differenze con un cantiere odierno. La maggior parte dei documenti sono cartacei ed archiviati manualmente; qualcuno in ufficio, spesso con lunghe giornate di lavoro, deve tenere traccia dei vari documenti, dei costi, delle ore lavorate, dei materiali usati, con conseguente ritardo nel seguimento di cosa sta veramente accadendo nei vari cantieri aperti. Se poi qualcosa va storto, spesso per via di incomprensioni e ritardi, i contenziosi sono risolti con spese aggiuntive da parte delle parti coinvolte. Vero è che non tutti i cantieri sono uguali ed alcune imprese, spesso le più strutturate, si sono organizzate per restare al passo con i tempi. Nuove tecnologie sono in fase di sviluppo e qualcuna già utilizzata, alcune più futuribili di altre (BIM, droni per ispezioni, stampe 3D di muri e strutture…), e tutte volte a migliorare i risultati, rendendo il cantiere sempre più digitale. I cambiamenti a cui stiamo assistendo riguardano non solo l’utilizzo di nuovi strumenti avanzati, ma una svolta culturale che ha cambiato il modus operandi e anche la mentalità delle società di ingegneria, architettura e cantieristica. Chi vuole adattarsi ai nuovi modelli di business deve chiedersi cosa “si è sempre fatto così” e rimodellare la propria attività per un lavoro più agile. Le tecnologie più complesse sono ancora poco pratiche per aziende di piccole e medie dimensioni, ma molte altre sono pronte e già sul mercato. Nel 2022 non è più accettabile conoscere i costi di un cantiere con 3-4 settimane di ritardo, perdere rapportini cartacei, bolle e fatture. Per questi problemi, per esempio, alcune soluzioni offrono un’intelligenza artificiale per estrarre con una foto tutte le informazioni utili da una fattura e aggiornano automaticamente i costi del cantiere in tempo reale. I costi conosciuti subito possono essere analizzati facilmente e sapere dove si è a rischio di non starci dentro, agendo il prima possibile per correggere la cosa. Il digitale permette di rendere i processi più efficienti ed efficaci, facendo risparmiare tempo, risorse, e denaro, e di guadagnare un notevole vantaggio concorrenziale sui competitor. Le informazioni possono essere condivise facilmente, in tempo reale e permettere la comunicazione snella e diretta tra tutti gli attori del progetto. I contenuti sono accessibili dovunque tu sia. Così gli errori in fase di esecuzione sono risolti direttamente in campo, con un grande risparmio di tempo e di risorse. La collaborazione da remoto offerta dal digitale riduce le spese di viaggio e le trasferte, facilitando la risoluzione di problemi a distanza. Un altro punto importante è che, con il digitale, tutto è registrato, documentato e verificabile in tempo reale. Per questo si riduce notevolmente il margine di errore dovuto a un’errata trasmissione (o a una sbagliata interpretazione) dei dati, con notevole risparmio di tempo, risorse e denaro. Per esempio, i problemi associati a verifiche per la correttezza del super bonus 110% in edilizia potrebbero essere risolti rapidamente se le fasi della costruzione e i materiali usati fossero documentati in maniera semplice direttamente dal campo. Nei casi più delicati, la tecnologia della blockchain garantisce l’immutabilità del dato e di fatto ne valorizza l’informazione anche da un punto di vista legale. Per concludere, stiamo vivendo in un’epoca in cui abbiamo a disposizione strumenti per migliorare la produttività ed essere più competitivi. Gli strumenti ci sono ed hanno dimostrato la loro validità in termini di efficienza e produttività; sono veloci, usano il cloud e sono disponibili a tutti, ma l‘ostacolo più grande resta l’approccio delle persone all’innovazione, alla curiosità e all’apertura a nuovi modelli. L’aspetto più difficile è il cambio culturale per abbandonare processi obsoleti da “sempre fatti così” ed adottare nuove innovazioni per aumentare la competitività e, di conseguenza, i profitti.

 

“Laurea con lode in ingegneria nucleare al Politecnico di Torino ed un Master of Science all’Ecole Centrale Paris, Francia. Ha lavorato nel settore dell’energia nucleare in diverse realtà: in centrali nucleari in Spagna come direttore per il miglioramento continuo; in organizzazioni internazionali per la sicurezza delle centrali nucleari di tutto il mondo (all’International Atomic Energy Agency (IAEA) a Vienna e alla World Association of Nuclear Operators (WANO) a Londra e Parigi); all’ENEL come ingegnere nucleare per lo sviluppo internazionale. Nel 2017, fonda Mela Works, una società innovativa che fornisce un software per le attività di costruzione e manutenzione. L’idea di Mela Works nasce dall’esperienza maturata nelle centrali di produzione di energia dove c’era un problema per il seguimento, la rendicontazione e documentazione dei vari interventi. Oggi Mela Works e’ una realtà in espansione e vanta centinaia di clienti in vari settori, dalle costruzioni ai cantieri di manutenzione e alla gestione di processi di qualità in aziende manufatturiere.

Lavorare stanca

L’anno scorso, a novembre, si era già parlato in questa rubrica della generazione Yolo, ovvero una nuova generazione di lavoratori che ispirati dal motto (You Live Only Once) aveva deciso di fare un passo indietro dal frenetico mondo del lavoro, per dedicarsi ad attività che meglio conciliassero con la vita privata. (https://nuvolemercati.it/2021/11/15/meglio-yolo-che-mal-accompagnati/). In America la chiamarono “The Great Resignation”: un fuggi fuggi dal mondo del lavoro senza precedenti. E il fenomeno interessò tutti i Paesi più economicamente sviluppati, con un tasso di licenziamenti volontari che oscillò tra il 2% e il 3% della forza lavoro. A distanza di un anno esatto dall’esplosione di questo fenomeno e con statistiche più aggiornate alla mano, si può tracciare allora un quadro più definito. Più che di Great Resignation, sarebbe opportuno parlare di Big Turnover : non si rinuncia a lavorare, ma semplicemente si cambia il lavoro più spesso. L’esplosione della economia digitale ha determinato una maggiore flessibilità nei ritmi e anche nei contratti di lavoro. Lavorando da remoto, si ampliano le opportunità e si compilano più application, anche per aziende fisicamente distanti. Inoltre, con il lavoro ibrido, anche le relazioni tra colleghi tendono a sfilacciarsi molto più rapidamente: la pausa caffè, momento clou per confrontarsi con i colleghi sembra preistoria; la mensa aziendale non è più la roccaforte di segreti inconfessabili o il teatro ideale per rinsaldare lo spirito di squadra. L’azienda è sempre meno una seconda famiglia, anzi, una recente ricerca della società di consulenza Gartner evidenzia come lo smart working sia, per il 70% dei candidati, la conditio sine qua non per cambiare il posto di lavoro. E dall’altro lato, le aziende non sembrano più particolarmente soprese da questa cultura delle dimissioni: la flessibilità introdotta in molti nuovi contratti di lavoro a tempo determinato è un vantaggio reciproco, in quanto il dipendente ha più libertà di cambiamento e alle aziende rimane solo l’onore di prevedere in tempo le eventuali scoperture dei ruoli chiave. Tutto bene dunque? Non proprio. Da anni le società più evolute avevano incentrato la capacità di attrarre e trattenere i migliori talenti sulla progettazione di uffici che offrissero i più alti standard di servizi, vivibilità e accoglienza. Oggi si deve necessariamente passare da una progettazione incentrata sul luogo di lavoro ad una incentrata sul dipendente, attuando politiche che massimizzino il suo benessere psicofisico, anche se lontano dall’azienda e con il rischio di “formare la persona, ma non il dipendente”. La lontananza del dipendente dal sito di lavoro, le nuove logiche di misurazione degli obiettivi, la mancanza di team working, diventano temi spinosi anche per i responsabili aziendali, che in questa epoca di grande trasformazione digitale, non sempre sanno interpretare il nuovo ruolo a cui sono delegati. La leadership a distanza prevede un rapporto gerarchico più orizzontale e basato sulla delega e sulla fiducia tra responsabile e collaboratore. E sempre secondo la ricerca citata, il 94% dei dirigenti il cui lavoro può essere svolto da remoto vorrebbe continuare a lavorare in remoto almeno un giorno alla settimana e ben il 24% di quei dirigenti vorrebbe poter esser sempre da remoto. E fa riflettere che il controverso e visionario imprenditore Elon Musk, 50 anni, abbia proprio la settimana scorsa richiamato ufficialmente il proprio personale (circa 122.000 dipendenti), invitandolo ad essere più visibile in azienda, luogo dove sono pregati di passare almeno 40 ore a settimana. “Se non vi presenterete, dedurremo che vi siete licenziati”, chiosava nella missiva finale. Come potrebbe allora andare a finire e cosa sta succedendo in Italia, lo vediamo invece la prossima settimana: ora devo chiudere perché ho un incontro con un cliente. In presenza…