Mese: Settembre 2022

Helga Zanotti-PMI e digitalizzazione per nuovo Rinascimento Italiano

Without data you’re just another person with an opinion”. Edwards Deming con questa frase insegna che i dati sono fondamentali, mentre le opinioni non trovano spazio nelle organizzazioni moderne. L’Unione Europea sembra condividere pienamente questa visione, focalizzandosi sempre di più sul valore dei dati e la digitalizzazione di processi e servizi. Dal Regolamento n. 679 del 2016 in materia di trattamento dei dati personali e privacy, al Regolamento n. 881 del 2019 relativo all’ENISA, l’Agenzia europea per la cybersicurezza, per finire con la proposta di regolamento sull’intelligenza artificiale del 21 aprile 2021, la digitalizzazione sembra essere la risposta alle domande dei cittadini e del mercato. È la stessa Commissione Europea ad affermarlo, valutando che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) non sono più un settore autonomo e indipendente dagli altri, ma il fondamento comune di tutti i sistemi economici innovativi moderni. Tra i sistemi di monitoraggio del grado di digitalizzazione dell’Unione Europea spicca DESI, l’indice europeo dell’economia e della società digitale. Nel quadro disegnato da questo sistema, l’Italia occupa gli ultimi posti, perciò sembrerebbe in fase negativa. Se leggiamo attentamente i report di DESI, però, notiamo come il ruolo del commercio elettronico nel fatturato delle PMI stia subendo un incremento, dal 2016 al 2021, a testimonianza della chiara percezione dell’imprenditoria sui vantaggi che provengono dal eBusiness. In altre parole, stiamo recuperando terreno nella media europea. Nel comunicato stampa del 28 luglio 2022, DESI mette a fuoco la necessità di incrementare le competenze digitali, digitalizzare le Piccole e Medie Imprese e diffondere le reti 5G avanzate, colmare le lacune in termini di competenze digitali, digitalizzazione delle PMI e diffusione di reti 5G avanzate. Il dispositivo per la ripresa e la resilienza, rende disponibili circa 127 miliardi di euro per riforme e investimenti nel settore digitale, funzionali all’accelerazione della trasformazione digitale. In termini di tempo, è Margrethe Vesthager a decretare l’urgenza della trasformazione digitale. Benché il decennio digitale, nel quale raggiungere gli obiettivi termini nel 2030, Margrethe Vesthager nel 2022 ha dichiarato “il cambiamento deve realizzarsi da subito”. Il Commissario per il Mercato interno, Thierry Breton, ha puntato ancor più in alto: “dobbiamo continuare a impegnarci per fare dell’UE un leader mondiale nella corsa alla tecnologia”. Il DESI ci mostra dove dobbiamo impegnarci ancora più a fondo, ad esempio per stimolare la digitalizzazione dell’industria, comprese le PMI. Dobbiamo intensificare gli sforzi affinché nell’UE ogni PMI, ogni impresa e ogni settore disponga delle migliori soluzioni digitali e abbia accesso a un’infrastruttura di connettività digitale di prim’ordine. Nella visione per il decennio digitale europeo la Commissione ha indicato gli obiettivi e le modalità, per conseguire la trasformazione digitale dell’Europa entro il 2030, fondamentale anche ai fini della transizione verso un’economia a impatto climatico zero, circolare e resiliente. L’obiettivo della Unione Europea può identificarsi con la sovranità digitale in un mondo aperto e interconnesso, attraverso politiche per il digitale, che garantiscano ai cittadini e alle imprese l’autonomia fondamentale per conseguire un futuro digitale antropocentrico, sostenibile e più ricco. Per raggiungere questo scopo occorre eliminare le vulnerabilità e le dipendenze, nonché intensificare gli investimenti. Cittadini e aziende hanno beneficiato delle tecnologie digitali durante la crisi da Covid-19 e saranno il fattore di differenziazione trainante nella trasformazione verso un’economia post-pandemica sostenibile. Le imprese, le cittadine e i cittadini europei hanno maggiori opportunità digitali, che promuovono la resilienza e riducono le dipendenze a tutti i livelli, dai settori industriali alle singole tecnologie. Nel Libro bianco sull’intelligenza artificiale si annuncia il focus degli interventi normativi sulla digitalizzazione europea e le opzioni strategiche per raggiungere il duplice obiettivo di promuovere l’adozione dell’Intelligenza Artificiale e affrontarne i rischi derivanti. La proposta di Regolamento Europeo sull’intelligenza artificiale dell’aprile 2021 così come il Regolamento Europeo n. 679 del 2016 sul trattamento dei dati personali e la privacy, o il Digital Service Act, cioè il Regolamento Europeo relativo ai servizi della società dell’informazione mira a proteggere imprese, cittadini e cittadine dal rischio che le nuove tecnologie portano con sé.

Ciò che accomuna le norme europee del decennio 2020/2030 è la promozione della digitalizzazione europea con gli occhi puntati sui rischi per le persone, che le nuove tecnologie portano con sé. Nel diritto statunitense manca il focus sui diritti delle persone, che il diritto comunitario protegge dai rischi legati alle nuove tecnologie fin dalla sua nascita. Si tratta di una sfida che abbiamo già vinto.

 

Laureata all’Università degli Studi di Pavia in Diritto Internazionale, Alumna del Collegio Nuovo Fondazione Sandra ed Enea Mattei. Executive MBA con focus sull’innovazione digitale, successivamente Master sulla protezione dei dati e Master sui contratti on line. Incarico triennale in Diritto Privato presso l’Università degli studi di Bergamo, attualmente ha un incarico in Diritto della Comunicazione per le imprese e i media, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Tutor di Diritto delle nuove tecnologie per il Master in International Business Entrepreneurship dell’Università di Pavia. Si occupa di compliance e contrattualistica, con particolare riferimento ai contratti d’impresa anche on-line, per gli studi legali BMV Law Tax Finance e Fenice Law&Consulting, per i quali è of counsel, gestisce la negoziazione, la redazione e la stipula di contratti e accordi nazionali ed internazionali focalizzati sul Fintech e sulle nuove tecnologie; ha maturato una competenza significativa e particolarmente marcata anche nella gestione della compliance aziendale.

Il brivido di chiamarsi Italia

Ogni volta che il nostro Paese è chiamato alle urne, i mercati finanziari, con precisione chirurgica, innescano una speculazione, forse a ricordarci che la costante incertezza politica del Belpaese è poco gradita, anzi è scarsamente tollerata. L’attuale scenario delle elezioni anticipate, in un contesto internazionale già caratterizzato dalla guerra in Ucraina, dall’impennata del prezzo del gas e dal diffuso rialzo dei tassi di interesse suonerebbe come un “de profundis” per qualsiasi paese, ma siamo in Italia, “il pericolo è il nostro mestiere”, ed è proprio nelle situazioni più estreme, che troviamo, solitamente, soluzioni.

Esiste dunque un rischio Italia? Ovvio che sì, considerando che la tempesta per essere perfetta, prevede anche che entro fine anno, l’Italia e il suo futuro governo dovranno dare risposte convincenti all’Europa sull’utilizzo dei fondi del PNRR, ovvero come attuare quel piano di riforme urgenti e necessarie per dare un minimo di futuro ai nostri figli, possibilmente in questo Paese. Messa giù così, non verrebbe neppure voglia di giocarsi questa partita e i mercati finanziari, che hanno la brutta abitudine di voler sempre anticipare il futuro, stanno già dando chiare indicazioni: lo spread (BTP-Bund) è schizzato più del 60% da inizio anno, mentre la borsa italiana ha perso quasi il 20% da gennaio, facendo peggio del resto d’Europa. Eppure… Eppure, nonostante tutti questi fattori, l’economia italiana, al momento, tiene ancora: l’Istat (a settembre) ha rivisto al rialzo le stime del PIL del secondo trimestre al +4,7% su base annua e anche il Fondo Monetario Internazionale aveva (a luglio) aumentato le previsioni di crescita per il Belpaese. L’Italia sembrerebbe andare meglio rispetto all’altre economia dell’Eurozona, pur soffrendo maggiormente i rischi di un peggioramento sull’approvvigionamento energetico. E allora guardiamo al futuro, al governo che si formerà e che dovrà affrontare un periodo di eccezionale difficoltà. Si sono sentite molte promesse elettorali su tagli di accise, abbassamento di età pensionabile e bonus a pioggia per contrastare il caro vita. I mercati finanziari tendono tuttavia ad essere estremamente realisti e poco inclini alla fascinazione di fantastiche narrazioni da propaganda elettorale. Possono farlo, non fosse altro perché circa il 30% del debito pubblico italiano è in mano a soggetti non residenti (la Banca d’Italia ne ha circa il 25%). A giugno, il debito pubblico ha toccato il livello record di 2.766 miliardi di euro. Considerando che i tassi di riferimento non potranno che crescere ancora, è palese che anche il costo degli interessi che lo Stato italiano dovrà riconoscere è in aumento. Serviranno politici bravi a guidare il Paese in questo momento così difficile. Confidiamo in loro, ma anche nel nostro proverbiale “stellone italico”. Mi sa che ne avremo bisogno…

Era meglio Spasskij contro Fisher

Abbiamo tutti timore ad ammetterlo, ma le evidenze sono piuttosto palesi: lo scontro tra la Russia e l’Occidente ha scatenato una nuova Guerra Fredda, che potrebbe protrarsi nel tempo o terminare dopo questo inverno. Le conseguenze geopolitiche ed economiche (su cui proverò a concentrarmi) cominciano a delinearsi, senza che sia chiaro, almeno al momento, il vincitore. È necessario però fare un passo indietro nel tempo. Mi si perdonerà l’estrema sintesi: durante la Guerra Fredda del XX secolo, la contrapposizione tra Occidente (Usa e suoi alleati) e Unione Sovietica determinò una corsa agli armamenti, che inizialmente non intaccò i livelli di crescita economica dei 2 Paesi. Tra gli anni ‘50 -‘60, le due economie crebbero di circa il 4% medio annuo, (considerando anche la recessione del ’54), poi, la crisi petrolifera degli anni ‘70, un’economia stagnante a livello globale, le massicce spese militari e il sopravvento del modello capitalistico determinarono la caduta dell’economia sovietica e la formale disgregazione dell’URSS nel 1991. Contestualmente, gli USA superarono i difficili anni ’70, anche grazie a una felice influenza commerciale con i partner europei. È probabilmente da allora che la Federazione Russa abbia covato un forte sentimento anti-occidentale, soprattutto nei confronti degli USA. Arriviamo allora ai giorni nostri. Il conflitto regionale tra Ucraina e Russia è immediatamente deflagrato a livello mondiale per il blocco di materie prime energetiche ed alimentari da parte di Putin. Oggi ci troviamo in un delicatissimo bivio della storia. La Russia ha potuto strozzare l’economia dei Paesi “ostili” (cit.), riducendo o sospendendo di colpo le forniture di energia e causando sconquassi a livello mondiale, che hanno colpito anche gli odiati rivali americani, che seppur autonomi in termini di fabbisogno energetico, hanno risentito, in termini inflattivi, del prezzo energetico completamente impazzito su scala globale. Questo sta determinando un indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie consumatrici (soprattutto occidentali), per cui è lecito pensare che seguirà una forte contrazione dei consumi e dunque una recessione economica, in un contesto internazionale già provato da due anni di pandemia mondiale. La Russia, ad oggi, ha saputo compensare le minori esportazioni di gas, con l’aumento dei loro prezzi, ma il fattore tempo rischia di esserle fatale. Infatti, al di là della propaganda, le sanzioni occidentali hanno sempre più isolato la Russia, che soprattutto in ambito tecnologico è fortemente carente.  Inoltre, le spese militari continuano incessanti (nel passato le furono fatali) e non da ultimo, se l’economia globale dovesse entrare in recessione, i prezzi dell’energia diminuirebbero al pari della sua domanda, strozzando, per contrappasso, chi la crisi l’ha determinata per arricchirsi. La Russia si gioca il tutto per tutto questo inverno: se l’Europa non cederà al suo ricatto energetico, a costo di subire gli effetti di una dolorosa recessione, non avrà più risorse per finanziare la guerra, con le conseguenze sulla catena di comando del Paese, che ne deriverebbero. Nel 1972, in piena guerra fredda, ci fu la cosiddetta “sfida del secolo” per l’aggiudicazione del titolo mondiale, tra i due scacchisti più talentuosi di allora (Spasskij e Fisher), il primo russo (che difendeva il titolo) e il secondo americano. Vinse il secondo e la vittoria travalicò l’interesse della sola comunità scacchistica, ma anzi assunse clamore mediatico a livello internazionale. Oggi rivisitiamo drammaticamente le modalità di una finale di scacchi, questa volta tra Russia e Europa, ma con Usa e Cina interessati spettatori. Chi sbaglierà la prima mossa, sa che perderà la partita. E purtroppo questa volta non si assegna un titolo mondiale, ma il nostro diritto all’esistenza.

Elena Monticelli – Il Codice della crisi d’impresa: opportunità per salvare l’economia?

Il nuovo Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza richiede un cambio culturale radicale, poiché non si tratta del solito recepimento di una Direttiva Comunitaria, bensì dell’introduzione di un nuovo modo di “fare impresa”, dove la scommessa per il risanamento del tessuto imprenditoriale risulta puntata tutta sulla prevenzione. Un panorama di norme che costituiscono una sorta di accompagnamento obbligato dell’imprenditore a fare il punto della situazione sul reale andamento della propria impresa non più quando quest’ultima è già in crisi – come avveniva in passato -bensì quando possono essere ancora selezionate le misure di risanamento. L’imprenditore viene dunque costretto a prendere contezza precocemente di eventuali segnali di crisi, mediante un monitoraggio costante della gestione aziendale al fine di adottare rapidamente le misure di salvaguardia. Più precisamente, già dalla lettura dell’art. 3 del Codice della Crisi, intitolato “Adeguatezza delle misure e degli assetti in funzione della rilevazione tempestiva della crisi di impresa” si evince in modo esplicativo l’intenzione del legislatore di dettare specifiche norme sulla prevenzione della crisi, sia per l’imprenditore individuale che per l’imprenditore collettivo. In particolare, l’art. 3, primo comma, prevede che “l’imprenditore individuale debba adottare misure idonee a rilevare tempestivamente lo stato di crisi ed assumere senza indugio le iniziative necessarie a farvi fronte”; mentre, sempre l’art.3, secondo comma, prevede che  “l’imprenditore collettivo debba istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato ai sensi dell’art. 2086 c.c. ai fini della tempestiva rilevazione dello stato di crisi e dell’assunzione di idonee iniziative, attivandosi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale”. La potenziale efficacia del nuovo Codice della Crisi d’Impresa che trae origine dalla Riforma Rordorf sarà pertanto direttamente proporzionale alla reale e leale applicazione delle idonee misure e degli adeguati assetti per la rilevazione della crisi. La mancata adesione agli adeguati assetti potrà, in ogni caso, configurare responsabilità a carico degli amministratori nei confronti dei creditori sociali. In caso di squilibrio patrimoniale o economico finanziario che rendano probabile la crisi o l’insolvenza dell’impresa e nel caso in cui ne risulti ragionevolmente perseguibile il risanamento, l’imprenditore commerciale o agricolo potrà presentare istanza per la Composizione Negoziata per la risoluzione della Crisi di Impresa. Questo nuovo strumento – introdotto dalla Legge 147/2021 e fatto confluire con il D.lgs.83/2022 (c.d. “decreto insolvency”) nel Codice della Crisi – consentirà alle imprese di attivarsi rapidamente – mediante il portale della Camera di Commercio – per comporre la propria crisi con i creditori, mediante la nomina di un Esperto Negoziatore. Il nuovo Codice introduce altresì nuove procedure per la salvaguardia della continuità aziendale. La Riforma Rordorf privilegia infatti la continuità aziendale che viene vista come filo conduttore di tutto il nuovo Codice, quale obiettivo da realizzare ogni qualvolta un’impresa possa tornare a produrre reddito in un tempo ragionevolmente contenuto; una presa d’atto che l’intercettazione precoce dei sintomi della crisi di un’impresa offre – rispetto al fallimento della stessa – maggiori opportunità di risanamento per tutta l’economia, con benefici sul piano occupazionale, della finanza pubblica e degli investimenti.

 

 

 

Avvocato Cassazionista del foro di Cremona, di cui è Gestore della Crisi da Sovra-indebitamento, iscritta presso il Registro dell’O.C.C., iscritta nell’Elenco dei Professionisti Delegati alle Vendite Immobiliari (è relatrice/docente di corsi di Alta Formazione in materia). Esperto Negoziatore della Crisi di Impresa presso la Camera di Commercio di Milano, iscritta nell’Elenco dei Curatori Fallimentari, Commissari Giudiziali, Liquidatori del Tribunale di Cremona, si occupa prevalentemente di consulenze e procedure in materia di Crisi di Impresa. Scrive trimestralmente rubriche legali, da oltre 10 anni, in materia di Impresa e di Crisi, per il Magazine Imprese di Confartigianato Cremona, di cui è legale fiduciario esterno, da oltre 25 anni, prestando assistenza in tutte le materie legate all’Impresa, compreso il contenzioso tributario. Accreditata Expertise di Partner 24ORE nella materia di Crisi d’Impresa – Composizione e Gestione della Crisi.

A tutto Gas

Difficile non farsi delle domande, guardando l’anomalo (per usare un eufemismo) andamento dei prezzi del gas nel nostro continente, da quando il conflitto ucraino è scoppiato. Per carità, ci saranno ragioni ben più profonde a giustificarlo, rimane tuttavia il sospetto che ci siano posizioni troppo distanti tra gli stessi Paesi che hanno appoggiato le sanzioni economiche nei confronti della Russia. Per dirla con altri termini, l’inverno freddo che ci aspetta e la probabile recessione economica che ci colpirà, saranno molto meno fastidiosi in alcuni Paesi europei e molto più drammatici in altri. Da dove si comincia? Da un aspetto tecnico: il prezzo del gas è regolato, per usare termini finanziari, da contratti “future”. Se penso che il prezzo salirà comprerò il future, se penso che scenderà lo vendo ora. La grossa differenza rispetto ad altri beni trattati su altri mercati regolamentati è che non devo materialmente possedere il gas: alla scadenza del future, sarò tenuto a incassare o pagare la differenza che per quella data il prezzo gas avrà toccato, rispetto ad oggi. Già da qui si capisce che il mercato non è solo popolato da chi ha poi bisogno di utilizzare la risorsa energetica, ma è affollato da speculatori che giocano solo su questo differenziale di prezzo. In un contesto internazionale completamente impazzito, come quello odierno, il famigerato e sottile (limitato per numero contratti) mercato Ttf di Amsterdam è diventato il luogo ideale per creare inenarrabili speculazioni. Pochi operatori possono creare un disagio a milioni di famiglie europee, che vedono le loro bollette crescere senza logica. “È il mercato bellezza” (cit.), ma qualcosa non torna. Guardiamo la sola Europa: 3 Paesi (Norvegia che è paese NATO), Olanda e Ungheria (membri della UE) stanno pesantemente beneficiando della speculazione in atto. L’Ungheria ha giacimenti di gas, ma non ha aumentato la sua produzione, la Norvegia (altro grande produttore) condivide il piano militare contro la Russia, ma non intende essere solidale con gli altri europei sul gas, anzi, ultimamente ha pure rallentato i flussi verso l’Europa. L’Olanda, per ovvi motivi è quella meno interessata a soluzioni per calmierare il prezzo del gas (price cap). A pensar male si fa peccato, però la tanto ostentata solidarietà comunitaria sta naufragando negli egoismi dei singoli e la spaccatura tra chi diventerà molto più povero e chi molto più ricco è sempre più netta. C’è infine un altro aspetto decisamente beffardo che testimonia la nostra debolezza politica a livello comunitario: abbiamo creduto ciecamente al dogmatismo ecologico promosso da ragazzette che avevano già compreso tutte le regole del mondo, nonostante la giovane età. Abbiamo dunque sperato che la transizione alle rinnovabili fosse immediato e totale. Così in Italia, (ma anche in Germania) abbiamo smesso di estrarre gas, abbiamo ripudiato il nucleare e soprattutto le energie fossili, che ora per paradosso, dobbiamo comprare a prezzi folli, alimentando proprio la speculazione di cui siamo succubi, arricchendo per contrappasso, soprattutto quei Paesi che non si sono mai posti il problema ambientale, ma che ora ci costringono a firmare contratti di fornitura di lungo periodo. Per esser più chiaro: compriamo il gas che avremmo nei nostri mari e nel sottosuolo, ma a prezzi folli. C’è stata molta sfortuna, è vero, ma di certo ricordiamocelo quando qualche nuovo fanatico, riproporrà soluzioni a costo zero per il nostro benessere collettivo. Purtroppo, tutto ha sempre un prezzo: ci accontenteremmo, per quando sarà, che non sia quello del gas dei nostri giorni.