Passionarnost e le nostre sanzioni spuntate (per ora)
Alfio Giurato, Coro, 2019. Courtesy: Federico Rui Arte Contemporanea

Siamo entrati e di colpo in un tunnel della storia che speravamo di aver relegato a ricordi lontanissimi. In questa era in cui le informazioni viaggiano velocissime e tutto è assolutamente amplificato, il conflitto ucraino ci spiazza con la sua ferocia e con il suo dolore. Questa rubrica vuole parlare solo di economia e possibilmente farlo in maniera leggera e semplificata. Mi asterrò dunque dal giudizio politico della guerra in atto per ragionare sulle conseguenze delle “sanzioni durissime” (cit.) che il mondo occidentale ha immediatamente promesso, ma che, al momento in cui scrivo, sembrano ancora piuttosto vaghe e parecchio rituali. Due pacchetti già varati e uno allo studio. L’obiettivo è uno solo: sfiancare o strozzare l’economia russa. E per farlo le soluzioni possono essere molteplici. Sono state congelate le ricchezze di Putin e dei suoi oligarchi in Europa. Per carità, rinunciare alle vacanze nella villa in Costa Azzurra o in Sardegna deve essere un duro colpo per questi signori, ma forse non è abbastanza. Le agenzie di rating hanno già tagliato i livelli: immagino l’espressione crucciata del nuovo dittatore. Escludere la Russia dalla tecnologia occidentale “dual use (sia civile che militare) ha invece più effetto (la Russia è fortemente dipendente), ma non ferma nell’immediato la (probabile) capitolazione di Kiev. Si è parlato di sospendere l’export verso la Russia, ma con dei distinguo sui “beni di lusso”: la Francia vorrebbe escludere dal divieto i suoi vini e l’Italia la sua moda.. (Così però diventa tutto più difficile). Escludere le maggiori banche russe dal mercato internazionale dei capitali o applicare il divieto di rifinanziare il debito sovrano o ancora di più, vietare i pagamenti in dollari dell’export russo sono sanzioni già più sensate se si vuol puntare all’effetto desiderato. Soprattutto se la “valuta di scorta” (il rublo) si è schiantata ai minimi storici da quando è scoppiato il conflitto. Ma questo potrebbe non essere abbastanza, visto che la Russia aveva già previsto la reazione e aveva già accumulato grosse scorte di valuta americana. Che essendo però “scorte” finiscono presto. C’è tuttavia una altra opzione in mano al fronte occidentale, che è tuttavia un’arma di distruzione economica globale: bandire il Cremlino dal principale sistema internazionale di pagamento Swift. Opzione tuttavia dolorosissima per tutti. La Russia economicamente si schianterebbe, il Pil tracollerebbe e assisteremmo a una massiccia fuga di capitali (svalutati per di più). Ma c’è un però. L’Europa ha prestato miliardi di dollari ai russi per la costruzione delle infrastrutture energetiche e tutto l’interscambio commerciale tra Ue e Russia verrebbe congelato. Anche le forniture di gas ad esempio, costringendo noi e la Germania, (le due nazioni più esposte al gas russo) ad una austerity energetica dolorosissima e a una inflazione duratura. Nella letteratura russa c’è un termine di difficile traduzione che è “passionarnost”, secondo cui ogni popolo possiede una energia di gruppo che gli permetterebbe di reggere qualunque sofferenza per conseguire un ideale più alto. Putin lo intende declinandolo sul suo folle nazionalismo, ma noi occidentali sapremmo declinarlo per la difesa dei nostri valori di pace e democrazia?

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