Ingot we trust!
Era il 1980 e il Time, celebre per le sue copertine iconiche, piazzava un lingotto d’oro nella sua prima pagina, con il titolo “Ingot we trust” , giocando sulla paronomasia tra “God” (Dio) e “Ingot” (lingotto d’oro). Sono passati 40 anni e la corsa del metallo giallo prosegue spedita segnando nuovi massimi dal 2012, (più del 10% da inizio gennaio) e consacrandosi come bene rifugio per eccellenza.

L’oro fisico, complice il corona virus che ne ha limitato l’estrazione è diventato merce rarissima.

Dalla maschere micenee al culto dei faraoni, dall’antico testamento alla Bibbia, dall’esser uno dei doni dei re Magi, al rappresentare uno dei sette tesori nel Buddishmo, l’oro non ha mai conosciuto né limiti territoriali, né storici, né religiosi che potessero limitare il suo mito.

Ma è stata la sua storica capacità di rappresentare la base per le valute di molti stati a consacrarne il valore. Dalle prime monete d’oro, coniate nell’Asia Minore nel 560 a.C. fino alla fine degli accordi di Bretton Woods (1971, con la fine della piena convertibilità dollaro in oro), la politica monetaria internazionale ha trovato nel metallo giallo il punto di equilibrio, da cui stabilire i rapporti di forza e valutari tra i singoli stati.

Fior fior di economisti sostennero che l’avvento della carta moneta scollegata dalle riserve auree, avrebbe ridotto l’investimento in oro drasticamente, limitandolo a quella porzione necessaria per realizzare monili di indubbio valore estetico. E in effetti all’inizio fu proprio così: negli anni ’70 il prezzo dell’oro collassò dagli 800 dollari per oncia ai 252 dollari nel 2001. Come ha fatto poi a risalire allora ai 1700 dollari e passa per oncia attuali? Gli economisti non avevano (probabilmente) fatto i conti con la paura che agita gli animi dell’uomo. Ogni volta che l’uomo teme gli effetti di una crisi economica, o peggio, una perdita di valore dei soldi che ha in tasca si rifugia in qualcosa di fisico che resista alla volatilità dei mercati.

Proprio come adesso, in cui l’uso di una politica economica estrema, sia nella componente monetaria che in quella fiscale spinge molti investitori a diffidare di cotanta generosità e diversificare se poi le cose dovessero naufragare di colpo. Una forma quindi di assicurazione più che un investimento speculativo, motivata dal fatto che l’oro è l’unico bene in grado di apprezzarsi quando tutto dovesse andare male.

Giusto? Sbagliato? Nessuno può dirlo. Però un tale disse “Dovete scegliere se avere fiducia nella atavica stabilità dell’oro oppure nella onestà dei membri del governo”. Quel tale era George Bernard Shaw, Nobel della Letteratura nel 1925. Parole del secolo scorso, davvero ancora attualissime.

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