Smart Working, ma con moderazione
Piero Campanini, Transito Gold, 2020.Courtesy: Made4Art, Milano

Dopo un anno da forzati “smart workers” in casa, l’aneddotica su situazioni di imbarazzo causate da rumori molesti (chi ha bambini piccoli sa di cosa parlo), spazi angusti trasformati in postazioni di lavoro, connessioni che vanno e vengono, incapacità di alcuni utenti nell’utilizzo del mezzo tecnologico e riunioni on line con abbigliamenti stravaganti, si arricchisce ogni giorno che passa e possiamo finalmente fare qualche primo bilancio.

A dir la verità sono già numerosi gli studi di prestigiosi atenei, società di ricerche specializzate, fino ad arrivare agli Istituti di vigilanza nazionale redatti per capire gli effetti dello smart working e immaginare come sarà il mondo del lavoro del futuro, una volta che torneremo (finalmente) alla “normalità”. Ma andiamo con ordine. Lo smart working piace. Solo nel nostro Paese, più di 8 milioni di lavoratori hanno potuto stabilmente lavorare da casa (oltre il 40% del totale degli occupati). Anche dopo la prima fase dell’emergenza molte imprese tricolori hanno incoraggiato i propri dipendenti a lavorare alcuni giorni da remoto e sembrerebbero intenzionate anche per il futuro a proporre questa modalità di lavoro. Benissimo.

I maggiori vantaggi percepiti dai lavoratori riguarderebbero la contrazione del faticoso pendolarismo del passato, una maggior tutela della propria salute, un maggior tempo per la propria persona e per la propria famiglia.

I maggiori vantaggi invece percepiti dalle imprese sono soprattutto relativi all’abbattimento di costi di consumo (energia, manutenzione) e quelli (evitati) relativi agli interventi di riprogettazione degli spazi fisici, resi necessari dalle nuove disposizioni di legge.

È un win-win quindi? A vederlo così sì, ma passata la fase di iniziale euforia per la novità epocale che ha comportato e gli inevitabili imbarazzi della partenza, oggi affiorano i primi lamenti. Stiamo vivendo un abuso di calls, videocalls, meetings: il telefono e i vari dispostivi mobili suonano quotidianamente all’impazzata avvertendoci di riunioni e impegni digitali che si sovrappongono, si confondono, ci rispondono.

Qualcuno parla di “disturbo da eccesso di connessione”. Il pendolarismo giornaliero è stato sostituito da valanghe di mail e call a distanza. Non c’è più stacco tra lavoro e vita privata. Qualunque cliente o capo si sente legittimato a chiamarti nelle ore più strambe della giornata: la assenza di risposta per essere andati a prendere il figlio in piscina o la bambina a scuola non regge. La maggiore flessibilità invocata con il lavoro da casa è già diventata una prigione dorata: ai tempi della pandemia si lavora di più, con giornate che cominciano prima e non hanno mai un termine. Il rischio di arrivare “dopati da iperconnesisone” durante i residui momenti di svago, confinati solitamente nel dopocena, sta già incrinando vecchie e consolidate amicizie: personalmente ho cominciato a declinare questi inviti, il rischio di far fraintendere il fastidio per l’uso del mezzo tecnologico con quello della persona è altissimo.

Sarà tutto materiale per abili psicologi, di sicuro una professione che uscirà rafforzata da questa crisi pandemica, con una lista di potenziale clienti infinita. Arriveremo a rimpiangere gli usi e costumi della vita in azienda, anche se per anni sostenevamo che fosse la ragione principale del nostro malessere. Ora che nel comfort di casa possiamo avere la migliore tecnologia a disposizione, che potrebbe selezionare anche con chi interagire, rimpiangiamo il rischio di imbatterci nel collega sgradito alla pausa caffè alla macchinetta: del resto lamentarsi di un caffè scadente con qualcuno “dal vivo” ha sempre un gusto superiore rispetto ad assaporare la migliore qualità di “arabica” da soli. 

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